01 agosto 2020 10:02

La decisione del Regno Unito di escludere l’azienda cinese Huawei dalla lista dei fornitori di tecnologie per la nuova rete 5g ha dato un duro colpo alla Cina. Fino a poco tempo fa Pechino sperava che gli inglesi avrebbero confermato la scelta iniziale di affidare alla Huawei la fornitura di parti non essenziali per le nuove reti di telecomunicazioni mobili, ma due sviluppi recenti l’hanno resa insostenibile.

Il primo è l’escalation della guerra scatenata dagli Stati Uniti contro la Huawei. A maggio Washington ha vietato ai fornitori che sfruttano la tecnologia statunitense di vendere semiconduttori all’azienda cinese. Dato che la tecnologia statunitense è molto usata per fabbricare i semiconduttori avanzati, indispensabili per i prodotti della Huawei, il gigante cinese resterà tagliato fuori dalle forniture. Questo gli renderà quasi impossibile produrre componenti per il 5g. Una prospettiva più pericolosa per i britannici di qualsiasi potenziale “spionaggio” cinese. Nessun governo responsabile può permettersi di correre il rischio di perdere un fornitore chiave. Questo significa che la Huawei aveva i giorni contati dal momento in cui Washington ha premuto il grilletto, a maggio. Si trattava solo di capire quando il premier britannico Boris Johnson avrebbe dato la cattiva notizia al presidente cinese Xi Jinping.

Il secondo sviluppo, che ha reso politicamente più facile per Johnson decidere sulla Huawei, è l’imposizione da parte della Cina della nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. La misura, approvata dal parlamento cinese il 30 giugno, ha messo fine all’autonomia dell’ex colonia britannica. Dal punto di vista di Londra, è una violazione della Dichiarazione congiunta sinobritannica del 1984, in cui Pechino prometteva di proteggere il sistema legale e le libertà civili di Hong Kong fino al 2047. Forse i leader cinesi pensavano che il Regno Unito fosse troppo debole per reagire. Evidentemente si sbagliavano. Londra ha deciso di prendere posizione su Hong Kong, e la Huawei è un bersaglio facile.

Reazioni controproducenti
A questo punto la Cina potrebbe essere tentata di reagire, e ha i mezzi per farlo. Potrebbe colpire le aziende britanniche che fanno affari sul suo territorio. Come il gigante bancario britannico Hsbc, per esempio, che è particolarmente esposto visto che le sue operazioni a Hong Kong rappresentano metà dei suoi profitti. Pechino inoltre potrebbe cancellare le proprie transazioni finanziarie alla borsa di Londra e ridurre il numero di studenti cinesi a cui permette di frequentare le università britanniche.

Ma la verità è che queste rappresaglie alla fine potrebbero rivelarsi controproducenti. Allontanare la Hsbc da Hong Kong priverebbe la città del suo ruolo di centro globale della finanza, perché la Cina non riuscirebbe a trovare un’altra banca capace di rimpiazzare quella britannica. Considerando la tensione tra Stati Uniti e Cina, è difficile che Pechino accetti istituti come Citibank o JpMorgan Chase come successori della Hsbc.

Allo stesso modo le restrizioni sulle università danneggerebbero la Cina. Al momento circa 120mila cinesi studiano nel Regno Unito, e per loro non ci sono molte alternative valide. Gli Stati Uniti valutano la possibilità di limitare l’accesso agli studenti cinesi giustificandolo con i rischi per la sicurezza nazionale, Pechino ha già minacciato l’Australia di mettere un freno al flusso di turisti e studenti. Le università canadesi, che ospitano 140mila studenti cinesi, hanno una capienza limitata, e considerando lo stallo diplomatico tra Ottawa e Pechino dopo che il Canada ha autorizzato l’estradizione negli Stati Uniti di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria della Huawei, è difficile che la Cina invii altri studenti in quelle università.

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Xi Jinping è in una situazione difficile. La Cina sta perdendo alleati proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. I rapporti con l’India si sono incrinati dopo lo scontro militare al confine tra i due paesi. Per punire l’Australia, colpevole di aver chiesto un’indagine internazionale sulle origini del covid-19, Pechino ha imposto dazi sull’orzo australiano e ha minacciato altre misure punitive. Il 14 luglio il ministro degli esteri cinese ha criticato il rapporto annuale del ministero della difesa di Tokyo, mettendo a repentaglio i tentativi di Xi per un riavvicinamento con il premier giapponese Shinzō Abe.

I leader cinesi possono solo incolpare se stessi per questo isolamento. Sopravvalutando il loro potere, hanno forzato la mano e hanno allontanato paesi amici o neutrali come il Regno Unito, il Canada, l’India e l’Australia, spingendoli tra le braccia degli Stati Uniti, il principale avversario di Pechino. Quando reagirà al bando britannico della Huawei, la Cina dovrà tenere presente la prima regola fondamentale delle buche: quando sei dentro una buca, smetti di scavare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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