07 febbraio 2017 11:35

Una delle scoperte più inquietanti della psicologia, a mio avviso, è il cosiddetto “oscuramento verbale” (verbal overshadowing), uno strano meccanismo della memoria che può farci chiedere se tutto quello che ricordiamo della nostra vita sia proprio vero. Secondo i ricercatori, se verbalizziamo le nostre esperienze – parlandone con qualcuno o scrivendo – abbiamo meno probabilità di ricordarle con accuratezza. Per esempio, se dopo aver assistito a una rapina, ci appuntiamo quello che abbiamo visto, rischiamo di averne un ricordo ancora più distorto che se non avessimo scritto nulla.

Oppure pensate a tutte le volte in cui avete raccontato agli amici qualcosa di ridicolo che ha detto il vostro capo o come vi siete sentiti quando avete saputo i risultati delle elezioni o che sensazione avete provato quando vi sono cominciate le doglie: probabilmente, nessuna di quelle conversazioni ha fissato in modo migliore quell’esperienza nella vostra mente. Anzi è probabile che l’abbia distorta e che quindi il vostro ricordo abbia poca attinenza con la realtà.

Questo ha conseguenze molto più gravi della semplice distorsione dei ricordi: Elizabeth Loftus, una delle principali esperte del fenomeno, sostiene che può portare a condannare le persone sbagliate. Nei processi servono i testimoni oculari che rilasciano delle deposizioni ma, paradossalmente, nel momento in cui le rilasciano perdono valore come testimoni oculari.

Le caselle delle parole condivise
Riflettendoci meglio, questa stranezza psicologica è meno bizzarra di quel che sembra. Il linguaggio, come fa notare il linguista Nick Enfield, serve soprattutto per categorizzare, per filtrare il caos della realtà inserendo le nostre esperienze nelle caselle delle parole su cui siamo tutti d’accordo (quest’anno Enfield ha scelto l’oscuramento verbale come risposta alla domanda che pone ogni anno il sito Edge: “Quale termine o concetto scientifico dovrebbe essere più conosciuto?”).

Per definizione, inserire qualcosa in una casella significa non metterlo nelle altre. Dire che una persona ha tre cani significa concentrare l’attenzione su quello che gli animali hanno in comune – sono cani – e trascurare il fatto che sono un danese, un cane da pastore e uno yorkshire; oppure che sono giovani o vecchi, agitati o tranquilli. Gli studi sull’oscuramento verbale, scrive Enfield, fanno pensare che l’incasellamento cancelli il ricordo: “Quando si esprime un’esperienza a parole, certe informazioni specifiche non solo restano fuori, vengono cancellate”.

Perfino il migliore degli scrittori deve distorcere la realtà – non potrebbe comunicare altrimenti – e le ricerche di Loftus e di altri sembrano dimostrare che quella distorsione può diventare permanente.

Ma questa irritante caratteristica del nostro cervello è anche l’altra faccia di una molto più utile: il fatto che verbalizziamo i nostri problemi – tenendo un diario o anche solo parlando con noi stessi – li rende più gestibili, sia che gli troviamo una soluzione sia che ce li teniamo per noi. Verbalizzare le nostre preoccupazioni significa categorizzarle, quindi averle maggiormente sotto controllo: il fatto stesso di poterle esprimere significa che non hanno avuto completamente la meglio su di noi. Non sono mai riuscito a tenere una lista dei fatti della mia vita, e l’oscuramento verbale avrebbe comunque deformato i miei ricordi. D’altra parte, è anche vero che un diario sfrutta questo effetto: funziona proprio perché trasforma il materiale. Le parole cambiano le cose, e di conseguenza anche noi.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.