(Martin Barraud, Getty Images)

La chiave della felicità è nel futuro

(Martin Barraud, Getty Images)
13 giugno 2017 12:45

La critica che in genere si rivolge agli psicologi vecchia maniera – Freud, Jung e gli altri – è che sono ossessionati dal passato. Se andate da uno psicologo tradizionale, passerete anni a frugare tra i vostri ricordi d’infanzia per scoprire – sorpresa! – che il casino lo hanno combinato i vostri genitori (un esempio di lapsus freudiano è che diciamo una cosa qualsiasi ma in realtà intendiamo nostra madre).

La psicologia moderna basata sull’autoaiuto parte dalla premessa che possiamo fare a meno di tutto questo: per essere felici basta cambiare il nostro modo di pensare attuale! Ma Martin Seligman, il padre della “psicologia positiva”, è andato oltre. In un libro e in un saggio pubblicato sul New York Times, sostiene che il passato e il presente sono delle distrazioni, e che la chiave della felicità risiede nella capacità unica degli esseri umani di contemplare il futuro.

“Nell’ultimo secolo la maggior parte degli studiosi ha dato per scontato che siamo prigionieri del passato e del presente”, scrive. Ma non è così. Per esempio, la depressione non è solo frutto di “traumi del passato e stress del presente, ma di una visione distorta di quello che succederà”. Anzi, “lo scopo principale delle emozioni è proprio quello di guidare il nostro comportamento futuro”. Per affrontare questo cambiamento Seligman propone addirittura una nuova disciplina: la “psicologia del futuro”.

Guardare avanti
Ho il sospetto che gli altri psicologi siano sorpresi di scoprire che hanno sempre trascurato questo aspetto. In fondo, non avrebbe senso sottoporsi a una terapia, leggere un libro di autoaiuto o prendere degli antidepressivi se poi non possiamo cambiare il futuro. Perfino Freud pensava di liberare i suoi pazienti dalle loro nevrosi perché potessero avere un futuro di “ordinaria infelicità”, per usare la sua splendida e desolante espressione (Jung gli attribuiva ancora più importanza: “Non sono quello che mi è successo”, scriveva, “sono quello che decido di diventare”).

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Ma per Seligman il problema è che tutte queste versioni della psicologia vedono gli esseri umani in balìa di “pulsioni interiori” che, se non riusciamo a controllare, determinano la nostra traiettoria. In realtà, sostiene, non passiamo la vita a ripetere gli schemi della nostra infanzia. Le nostre azioni sono condizionate dal modo in cui concepiamo il futuro. Il titolo di un saggio che ha scritto insieme ad altri autori sottolinea questa differenza: “Procedere verso il futuro o lasciarsi guidare dal passato?”.

Ma questa metafora mette ancora più in evidenza la peculiarità della sua teoria: quando viaggiamo in macchina, procediamo verso la nostra meta ma siamo anche guidati (provate a viaggiare usando il navigatore ma senza benzina e nessuno al volante). L’idea della maggior parte dei primi psicologi non era che siamo prigionieri del passato, ma che il passato influisce su come affrontiamo il futuro. Se le nostre prime relazioni ci hanno convinto che il mondo è un luogo spaventoso, affronteremo il futuro con ansia, e rendercene conto può aiutarci a interrompere questa spirale.

Il passato condiziona il nostro futuro anche in tanti piccoli modi concreti: considerati i miei geni e il modo in cui sono stato cresciuto, dubito che sarò mai un sollevatore di pesi o un campione di scacchi. Seligman cita uno studio in cui durante la giornata le persone dovevano interrompere varie volte quello che stavano facendo per registrare i loro pensieri. E alla fine era emerso che pensavano molto più al futuro che non al passato. Questo non dimostra però che per loro il passato non fosse importante: aveva comunque determinato il modo in cui affrontavano il futuro.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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