(Karin Smeds, Folio Images/Getty Images)

L’umanità dei nostri momenti imbarazzanti

(Karin Smeds, Folio Images/Getty Images)
27 febbraio 2018 13:44

Alla fine degli anni sessanta, l’antropologo Edmund Carpenter arrivò in Nuova Guinea armato di specchi, cinepresa e macchina fotografica Polaroid, con una missione: stupire le persone del popolo biami che non avevano mai visto la loro immagine riflessa.

“Erano paralizzati”, ha scritto in seguito. “Dopo un primo attimo di sgomento – in cui avevano abbassato la testa e portato la mano alla bocca – erano rimasti immobili a fissare la loro immagine ”. Come tutti noi, i biami avevano un’immagine interiore di se stessi, ma diversamente da noi, se l’erano formata senza specchi né fotografie.

Le apparecchiature di Carpenter avevano distrutto quell’immagine interiore, gettandoli nello sconforto. Ma non era durato molto. Nel giro di pochi giorni “si pettinavano tranquillamente allo specchio. In un tempo sorprendentemente breve, giravano filmati e si scattavano foto con la Polaroid a vicenda”. Se non si facevano selfie tutto il giorno, come mi dicono che facciano i giovani nel 2018, era solo per mancanza del mezzo giusto.

Una sensazione da superare
Come fa intelligentemente notare Melissa Dahl nel suo ultimo libro Cringeworthy. A theory of awkwardness (Imbarazzati. Una teoria del disagio), appena pubblicato negli Stati Uniti, non è chiaro se i biami non conoscessero veramente gli specchi come pensava Carpenter. Ma in ogni caso, quello che ci sorprende non è tanto la stranezza della loro reazione quanto la sua normalità. Avete presente quando fate un commento amichevole in ascensore e nessuno vi risponde? (spero di sì, altrimenti significa che capita solo a me).

O quando due persone che si incontrano non sanno se è più opportuno scambiarsi una stretta di mano, un abbraccio o un bacio sulla guancia e scelgono due cose diverse? È lo stesso tipo di impaccio che descrive Dahl: “Un senso di disagio misto a incertezza”. È “la sensazione che proviamo quando qualcuno si presenta in modo incongruente e non si può fare nulla per rimediare”.

L’imbarazzo apre uno squarcio sulla facciata, lasciando emergere la persona imperfetta che c’è dietro

Improvvisamente mi rendo conto che non mi considerano un amabile conversatore, ma solo un tipo strambo che parla in ascensore. L’orrore che provo è “il terrore di vedermi riflesso per un attimo nella percezione che altre persone hanno di me”.
Dato che l’imbarazzo è sgradevole, è naturale volerlo superare, e il motivo per cui ha scritto quel libro, spiega Dahl, è proprio vincere il suo.

Ma dopo essersi trovata in diverse situazioni imbarazzanti (in un corso di improvvisazione, parlando con degli sconosciuti, leggendo brani dal diario della sua adolescenza al pubblico di un teatro), sostiene in modo convincente che dovremmo esserne contenti.

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Viviamo in un’era nella quale abbiamo più opportunità che in passato di migliorare l’immagine che proiettiamo, e siamo spinti più che mai a farlo. Ma l’imbarazzo apre uno squarcio su quella facciata, lasciando emergere la persona imperfetta che c’è dietro. Per usare le parole del filosofo Adam Kotsko, crea “uno strano tipo di legame sociale”, una solidarietà che nasce dal vedere che dietro la maschera stiamo tutti semplicemente cercando di fare del nostro meglio.

Il nostro io imbarazzato, quindi, è il nostro io reale, quello senza barriere difensive. Dahl arriva addirittura a suggerire che assumere un atteggiamento più comprensivo nei confronti dell’imbarazzo potrebbe aiutarci a fare i collegamenti necessari per uscire dalla polarizzazione che rovina la politica di oggi. Provate a mettere nella stessa stanza un elettore di Trump e uno che lo odia – o un sostenitore della Brexit e uno che vuole rimanere nell’Unione europea – e come minimo saranno d’accordo su una cosa: entrambi si sentiranno abbastanza in imbarazzo.

Da ascoltare
Se siete in grado di sopportarlo, in The mortified podcast alcuni adulti condividono “le cose più imbarazzanti che hanno scritto da bambini”, dai diari ai testi delle canzoni.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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