(Tara Moore, Getty Images)

C’è un buon motivo se il futuro ci preoccupa più del passato

(Tara Moore, Getty Images)
21 agosto 2019 15:05

“Ogni volta che un amico ha successo, una piccola parte di me muore”, diceva Gore Vidal, forse giocando su una citazione di solito attribuita a Somerset Maugham: “Avere successo non basta. Gli altri devono fallire”.

Ma un affascinante studio pubblicato di recente fa pensare che la semplice possibilità del successo di un amico può essere anche peggio: i ricercatori hanno scoperto che siamo più invidiosi delle cose che gli altri avranno in futuro – riconoscimenti professionali, vacanze da sogno, partner da sogno – che di quelle che hanno già. Nella vita reale, naturalmente, questo è in parte dovuto al fatto che l’esperienza si rivela deludente.

In questo caso, però, il motivo è semplicemente che essa non si colloca più nel futuro: una volta che la vacanza nel mare dei Caraibi è finita o la promozione è stata ottenuta, le persone che fremevano di rabbia prima che succedesse smettono di preoccuparsene (e probabilmente passano subito a invidiare chi andrà in vacanza il mese prossimo).

Vite parallele
Sembra strano, perché, in fondo, non è l’essenza stessa dell’invidia volere quello che hanno gli altri invece che quello che avranno? Ma questa scoperta ci rivela una verità psicologica più generale, e cioè che spesso il futuro ci tormenta più del passato, proprio perché è aperto. Questo è più evidente nel caso della preoccupazione: gli eventi futuri che ci preoccupano quando si verificano non ci mettono poi tanta ansia, e dopo che sono avvenuti nessuno se ne cura più.

Per l’invidia è la stessa cosa: la possibilità che il nuovo libro del mio amico diventi un bestseller mondiale permette alla mia fantasia di pensare a tutte le potenziali conseguenze, ma una volta che è diventata realtà – anche se è veramente spettacolare – è qualcosa di finito e concreto. Posso abituarmi all’idea, forse addirittura esserne contento (ho detto forse).

Ci rammarichiamo più per le cose che non abbiamo fatto che per quelle che abbiamo fatto

Quello che colpisce, tuttavia, è che spesso nella vita il problema non è il problema, ma la mancanza di chiarezza, la mancanza di spigoli vivi che ci impedisce di afferrarlo. È per questo che è liberatorio, quando si è sopraffatti, stilare un elenco, anche prima di aver completato il primo punto.

È anche il motivo per cui si dice che ci rammarichiamo più per le cose che non abbiamo fatto che per quelle che abbiamo fatto: possiamo consolarci delle relazioni sbagliate o degli errori commessi durante la nostra carriera, ma non della perdita del numero infinito di vite parallele che avremmo potuto vivere se avessimo colto più opportunità.

È per questo che il “blocco dello scrittore” spesso dipende dal fatto che non abbiamo le idee chiare su quello che vogliamo dire piuttosto che dalla fantomatica difficoltà di dirlo.

Una domanda utile
È anche il motivo per cui praticamente tutti i guru delle finanze personali ci consigliano, come primo passo, di farci un quadro chiaro del nostro reddito e delle nostre spese, del nostro patrimonio e dei nostri debiti, anche se questo all’inizio significa superare un groppo di paura, perché possiamo gestire meglio una situazione reale di una totalmente ipotetica.

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Tutto questo ci suggerisce una domanda utile da porci quando siamo di fronte a un problema stressante. Siamo sicuri di sapere di che problema si tratta? O quello stress è in parte dovuto alla paura, al rifiuto psicologico di affrontare la realtà? Perché, per quanto la realtà sia terribile – e nei prossimi mesi e anni fareste bene a tenerlo a mente quando leggerete le notizie – per definizione non può essere orrenda all’infinito come temevate.

Consigli di lettura
Il breve libro di Julien Smith The flinch può servire a gettarci alle spalle le paure istintive che ci impediscono di fare quello che conta.

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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