(Jasper James, Getty Images)

Il digiuno dalla dopamina è una moda ma potrebbe funzionare

(Jasper James, Getty Images)
02 dicembre 2019 13:26

Un tempo il problema di queste ridicole mode della Silicon valley era che la gente potesse prenderle sul serio e che potesse sembrarle sensato attenersi a una dieta di sole carote, immergersi nell’azoto liquido e inviare scosse elettriche al cervello, solo perché lo faceva qualche tecnocrate miliardario. Adesso che stiamo cominciando a rivedere le nostre idee su questi giganti, il rischio è quello opposto: che se per caso ci propongono qualcosa di sensato, siamo troppo occupati a prenderli in giro per accorgercene.

E così è successo, secondo me, con il “digiuno dalla dopamina”, che è stato sotto i riflettori della satira qualche settimana fa. L’idea è quella di privarci delle scariche di dopamina, di interrompere la nostra dipendenza da questo mondo iperstimolante, per ritrovare il piacere in cose più importanti ma meno eccitanti come la bellezza della natura, un buon libro o la compagnia dei vecchi amici.

A essere sinceri, per molti versi è ancora insensato. Gli stimoli sono una cosa più complessa delle dosi di dopamina. È fuorviante parlare di dipendenza, e non è dimostrato che il digiuno resetti il nostro cervello (“resettare” sembra un classico esempio di applicazione di una metafora informatica alla biologia umana). Ma il concetto mi piace comunque, perché sposta l’accento dalle singole fonti di stimolo al cervello che viene stimolato.

Il lato negativo di vivere in un mondo pieno di stimoli è che, quando ci vengono a mancare, la vita può sembrarci insopportabilmente noiosa

Se il nostro obiettivo è smettere di essere dipendenti dall’eccitazione, e dall’effetto routine che ci impone di cercarne sempre di più, è decisamente utile passare un giorno, mettiamo, senza i social network. Ma la sua utilità sarà limitata se riempiremo quel tempo con altre forme di stimolo, come guardare un thriller, assumere droga, mangiare cibo spazzatura o andare a fare shopping. I sostenitori della forma più drastica di digiuno dalla dopamina rinunciano perfino a qualsiasi tipo di conversazione.

Ero sul punto di provarci, quando mi sono reso conto di averlo già fatto molte volte, sotto la formula (leggermente) meno modaiola di “ritirarmi a meditare”. Le regole sono simili – niente schermi , libri, conversazioni, sesso, alcol, carne – e, anche se non significa proprio “non fare niente”, la meditazione consiste senza dubbio nel rinunciare alla dipendenza dagli stimoli esterni. E i risultati sono molto simili a quelli che persegue chi sceglie il digiuno dalla dopamina: una rinnovata sensibilità nei confronti della natura e dei sapori del cibo; meno impazienza nei confronti degli altri; sonni più riposanti, e una maggiore capacità di leggere un libro senza essere continuamente tentati di guardare il cellulare.

Ci vuole qualche giorno per arrivarci, però. Fino a quel momento, può essere veramente terribile. L’inevitabile lato negativo di vivere in un mondo di stimoli senza precedenti è che, quando ci vengono a mancare, la vita può sembrarci insopportabilmente noiosa. Il problema principale del “design persuasivo”, l’armamentario di tecniche psicologiche usato dalle piattaforme tecnologiche per fare in modo che la nostra attenzione non cali mai, è che il resto della realtà non è progettato in questo modo. E il problema di privarci delle eccitanti distrazioni dal momento presente è che, per usare le parole dello psicoterapeuta Bruce Tift, ci rimane la sensazione “claustrofobica di essere impotenti e imprigionati dalla realtà”.

Vale comunque la pena di sopportare questa sofferenza, e se chiamarla “digiuno dalla dopamina” ci aiuta, che importa? Quello che contesto ai tecnologi non è il linguaggio che usano. È che dopo aver passato una domenica a digiuno dalla dopamina, si rimettono subito al lavoro per tenerci tutti inchiodati.

Da vedere
Sul canale YouTube Improvement pill, l’inventore del digiuno dalla dopamina ci insegna come “divertirci il meno possibile”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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