Una mucca di razza Aubrac con il suo vitello alla fiera internazionale dell’agricoltura a Parigi, 23 febbraio 2018. (Stephane Mahe, Reuters/Contrasto)

Perché continuiamo a mangiare carne?

Una mucca di razza Aubrac con il suo vitello alla fiera internazionale dell’agricoltura a Parigi, 23 febbraio 2018. (Stephane Mahe, Reuters/Contrasto)
09 marzo 2019 10:14

Attenzione: questo articolo può urtare la sensibilità di chi legge.

Qualche mese fa ho letto una storia che continuo a sognare tutte le notti. Su cento mucche portate al mattatoio due sono incinte e sono uccise in stato di gravidanza avanzata. La trasformazione immediata della mucca in capitale (carne, pelle, ossa, sangue) è più vantaggiosa del costo che comporterebbe aspettare che la mucca metta al mondo il vitellino e lo alimenti.

Nel momento del suo sacrificio il vitello è vivo nel suo ventre e spesso muore solo quando la mucca è smembrata. L’articolo scientifico faceva notare che è impossibile impedire le sofferenze del vitellino. Mentre la mucca, se è sacrificata con un rituale non halal, riceve una scossa elettrica destinata a stordirla durante il dissanguamento e l’uccisione (si badi bene, non parliamo di una morte indolore), il vitello rimane pienamente consapevole della morte e assiste quindi all’omicidio industriale della madre. La sua breve nascita è, per così dire, provocata dalla morte della genitrice. Il figlio veglia su di lei, contempla la sua morte ed è ucciso solo in seguito. La mucca è trasformata in carne e prodotti derivati, il vitello invece è gettato nella spazzatura.

Nel mio cervello mentre dormo la storia si trasforma in incubo: in un mattatoio, in locali che ricordano il cortile della scuola dove ho studiato, viene sacrificata una mucca. E quando la carcassa è aperta, i macellai ritrovano un vitello vivo che li osserva mentre lavorano. Sono testimone della scena e voglio correre, per raccogliere il piccolo e non farlo cadere. Ma ne sono incapace. Da sveglio questa immagine mi è tornata in mente diverse volte. Questa mucca, mi dico quando mi alzo, potrebbe essere mia madre e questo vitello potrei essere io.

Nascite
Dopo tutto l’essere umano e il bovino sono dei mammiferi placentati dotati di un sistema cognitivo complesso: sentiamo, vediamo, annusiamo, amiamo. Ho passato lunghi periodi della mia infanzia in un villaggio della Cantabria circondato da mucche che chiamavamo con il loro nome. Ho visto nascere diversi vitelli, caduti per terra dalla vagina della mucca come un pacco o uscire a poco a poco dal corpo della madre accovacciata, come degli speleologi che scoprono con meraviglia un altro mondo alla fine del tunnel.

Ho visto la placenta attaccata al corpo della vacca come un impermeabile rosa e umido dal quale il vitello esce per nascere. E ho visto vitelli rimanere impigliati nella placenta come drag queen che inciampano sui loro boa rosa, sulle loro zampe troppo lunghe e fragili come dei tacchi ai quali non sono ancora abituati. Ogni sera quando mia zia mungeva una mucca le tenevo la coda. Ognuna aveva il suo carattere, alcune erano gentili, altre aspettavano di averti a distanza ravvicinata per colpirti con il collo. Talvolta mia zia girava un capezzolo durante la mungitura e io aprivo la bocca per ricevere da lontano uno schizzo di latte caldo che colava sulla mia lingua. Le gocce schizzavano sul mio viso. Per giorni rimaneva sulla mia pelle l’odore acre del latte mescolato al fieno del pascolo e ai peli di mucca.

Mi chiedo come e perché continuo a mangiare carne

Mi piaceva pulirgli gli occhi dalle mosche. Ero impressionato dalle loro ciglia ricciolute e dalla loro lingua lunga come una mano che accarezza un’altra mano. Ogni notte mia nonna e io scendevamo il viale della torre con una caraffa piena di latte ancora caldo. Quando arrivavamo a casa, mia nonna raccoglieva la crema rimasta sulla superficie del latte, la piegava come se arrotolasse un guanto di lattice bianco e ne faceva un piccolo panetto di burro a forma di mezzaluna.

Mi chiedo come e perché continuo a mangiare carne. Dopo essere stato vegetariano per anni, ho ricominciato a mangiare carne di mammifero nel 2014 quando sono passato a una dose superiore di testosterone. Con una precisione incredibile, quasi matematica, 18 ore dopo un’iniezione di 250 milligrammi di testosterone cipionato il mio corpo vegetariano diventava un lupo per i mei simili quadrupedi.

Io, che avevo sempre detestato la consistenza dei muscoli sotto i denti, mi risvegliavo ossessionato dall’idea di divorare una bistecca. Il metabolismo del testosterone nel corpo produce un litro di sangue in più con i suoi globuli rossi e richiede quindi un supplemento di proteine. Ma in realtà non ho scuse, perché esistono delle proteine vegetali.

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Mangiare carne esige da me di ignorare tutto quello che so. Il black out della mia memoria. L’oblio di quello che ho provato e imparato, in cambio di una piccola comodità per il carnivoro al testosterone. La facilità di un gesto commerciale. Questa distanza, questo antagonismo tra il sapere e l’agire, tra la memoria e la proiezione del futuro, tra il sentimento e il desiderio, è la condizione stessa della necropolitica. Non possiamo dire di non sapere. In realtà sappiamo, conosciamo la realtà dei mattatoi. Conosciamo la realtà delle frontiere. Vediamo ogni giorno quello che succede nel Mediterraneo. Vediamo davanti a noi il verificarsi di questa ecatombe ecologica e politica. E scegliamo di continuare a mangiare, di continuare a votare. Non ci sono scuse, non ci può essere alcuna scusa.

Impariamo dal condor e dall’avvoltoio, da questi uccelli che culturalmente abbiamo tanto disprezzato, probabilmente a causa del sentimento di colpevolezza di fronte alla nostra capacità di sterminare e di distruggere. Impariamo a collocarci al vertice della catena alimentare, non più come grandi predatori ma come spazzini ecologici. Impariamo dalla pianta la sua capacità di rompere le molecole di clorofilla con i raggi luminosi e di trasformare la materia inorganica in organica. Impariamo dalle colonie di alberi che condividono e distribuiscono l’acqua attraverso le loro radici. Impariamo dal verme che si nutre di terra. Impariamo dalla macchina e dal suo modo di alimentare i suoi circuiti attraverso l’energia solare. Cerchiamo di essere condor, avvoltoio, pianta, albero, verme, macchina.

(Traduzione Andrea De Ritis)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

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