02 dicembre 2017 11:15

C’è una foto che riassume, in buona parte, la complessità delle attuali relazioni internazionali, fatte di alleanze talvolta sorprendenti, di rapporti di forza mutevoli e perfino di una punta d’ironia.

È stata scattata il 22 novembre a Soči, la località turistica russa in riva al mar Nero, durante un vertice a tre al quale hanno partecipato il presidente russo Vladimir Putin, quello turco Recep Tayyip Erdoğan e quello iraniano Hassan Rohani. Se fosse un quadro potremmo intitolarlo “i vincitori della guerra in Siria”. Mancava il rappresentante siriano nella foto, anche se è vero che il presidente della Siria, Bashar al Assad, si era recato sul posto il giorno precedente per una visita lampo al presidente russo.

Il capo della diplomazia iraniana, Javad Zarif, ha twittato la foto divertito, sottolineando che “non servono parole vuote o fronzoli, incluse delle sfere luminose, quando si lavora davvero per la pace e contro il terrorismo”.

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Un’allusione appena velata a un’altra foto che aveva scatenato molti commenti, quella che mostrava il presidente statunitense Donald Trump, il re Salman d’Arabia Saudita e il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi con le mani su una sfera luminosa, durante la visita di Trump a Riyadh, lo scorso maggio. Uno scatto che ricorda una seduta spiritica, e che ha circolato abbondantemente sui social network.

Le due foto riassumono la sorprendente evoluzione dei rapporti di forza in Medio Oriente in questi ultimi mesi. Per la regione si tratta di un cambiamento epocale, con la fine della fase territoriale del gruppo Stato islamico (Is), che ha perso quasi tutte le aree che controllava in Siria e in Iraq.

Un’alleanza paradossale
La foto di Soči è più sorprendente, vista la natura, teoricamente antinomica, dei tre protagonisti.

Vladimir Putin, il padrone di casa del vertice, ha avuto un ruolo determinante nel conflitto siriano, inviando le sue forze aeree a sostegno di Bashar al Assad nell’autunno del 2015. Ha così restituito alla Russia un ruolo di primo piano in Medio Oriente e può essere considerato il grande vincitore di quest’ultima fase del conflitto.

Hassan Rohani rappresenta, a sua volta, un paese che ha avuto un peso fondamentale nella sopravvivenza politica di Bashar al Assad, e può anche lui rivendicare un posto al tavolo dei vincitori, pur avendo contro di sé gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, timorosi dell’influenza crescente dell’“arco sciita”. Si trova a essere alleato della Russia nonostante molte cose dividano i due paesi, compresa la concorrenza nel settore energetico.

Recep Tayyip Erdoğan è l’ospite a sorpresa, visto che la Turchia appartiene alla Nato, l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti, e si è personalmente schierata apertamente contro Bashar al Assad in passato. Ma le sue relazioni con gli Stati Uniti si sono deteriorate, mentre quelle con la Russia godono di ottima salute, al punto che Ankara ha acquistato da Mosca il sistema di difesa aerea S-400: un fatto inconsueto per un alleato di Washington. Ha inoltre degli interessi comuni con Teheran, in particolare quello di fermare i curdi.

I tre paesi sperano che la loro intesa e l’influenza ottenuta da ciascuno in contesti diversi gli permetteranno di avere un peso sulla fine della guerra e sul periodo postbellico in Siria.

Quest’alleanza è tanto più paradossale se si pensa che emerge mentre l’Arabia Saudita, con il sostegno di Donald Trump e quello, sempre meno implicito e sempre più dichiarato, d’Israele, vuole riaffermare una leadership sunnita da opporsi all’Iran.

Ma la Turchia, uno dei più importanti paesi sunniti non arabi, si schiera al fianco dell’Iran, la “bestia nera” dei dirigenti sauditi e del presidente statunitense. La primavera scorsa, quando Riyadh aveva lanciato un ultimatum al Qatar, primo segno dell’ascesa del principe ereditario Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, Ankara era corsa in aiuto della famiglia reale del Qatar, senza per questo rompere i legami con la monarchia saudita: Erdoğan aveva infatti effettuato una visita a Riyadh per calmare le acque.

Considerazioni geopolitiche fondamentali si mescolano a beghe politiche e giudiziarie

Simili pudori sono assenti oggi: in piena fase autocratica, il presidente turco porta rancore agli Stati Uniti per varie ragioni, come quella di aver armato contro l’Is i combattenti curdi siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg), pur essendo queste legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), accusato di terrorismo dalla Turchia. Washington ha appena annunciato di aver smesso di fornire armi all’Ypg, ma la collera della Turchia non si è per questo placata.

Tanto più che esiste un’altra ragione alla base del gelo polare tra i due paesi, che pure sono alleati storici dagli anni cinquanta: il processo in corso, a New York, contro un trafficante d’oro iraniano, Reza Zarrab, ex marito di una stella del pop turca con ottime relazioni con il potere di Erdoğan. Alla fine del 2013 Zarrab si è trovato al centro di un ampio affare di corruzione e traffici illeciti a favore dell’Iran, che aggirava le sanzioni internazionali nei confronti di Teheran grazie, così pare, a importanti complicità in Turchia.

Reza Zarrab, che è stato arrestato nel 2016 dalla polizia statunitense mentre stava visitando Disneyland (proprio così), ha deciso di collaborare con la giustizia americana ed eviterà così una condanna. Le sue rivelazioni potrebbero essere devastanti per l’entourage del presidente turco, che grida al “complotto gülenista”, dal nome di Fethullah Gülen, il predicatore esiliato negli Stati Uniti e accusato di essere all’origine del tentato colpo di stato del luglio 2016. Alcuni vedono in Gülen la vera ragione del fossato tra Ankara e Washington, e addirittura di una possibile rottura tra la Turchia e la Nato.

Considerazioni geopolitiche fondamentali si mescolano quindi a beghe politiche e giudiziarie, ridisegnando le alleanze in questa regione in pieno tumulto.

L’offensiva contro l’Iran
Al cuore di queste problematiche c’è il destino dell’Iran. Donald Trump non ha smesso, dai tempi del suo ingresso alla Casa Bianca il gennaio scorso, di attaccare Teheran e l’accordo nucleare firmato ai tempi dell’amministrazione Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha “decertificato” quest’accordo, a danno degli altri firmatari, europei, russi, cinesi ed evidentemente di Teheran, che attende ora nuove sanzioni.

L’Arabia Saudita si è lanciata a sua volta in un’escalation contro l’Iran, nonostante i suoi insuccessi in Yemen, dove due anni di guerra contro i ribelli houthi, che Riyadh ritiene sostenuti dall’Iran e dai libanesi di Hezbollah, hanno prodotto solo una catastrofe umanitaria di proporzioni storiche.

Il principe ereditario bin Salman ha lanciato una nuova offensiva all’inizio di novembre, spingendo alle dimissioni il primo ministro libanese Saad Hariri, al fine d’indebolire Hezbollah in Libano. Anche questa manovra ha ottenuto un effetto contrario a quello sperato, facendo di Hariri un “eroe” nel suo paese e suscitando un’ondata di critiche contro l’Arabia Saudita, pronta a destabilizzare il Libano per i suoi obiettivi. Anche se è vero che Hezbollah, attivo in Siria e altrove, non rispetta il suo “contratto di governo” a Beirut.

Israele, dal canto suo, non rimane con le mani in mano e minaccia un’offensiva militare contro l’Iran, se questo paese dovesse installare delle basi militari in Siria, alle sue porte, e se Hezbollah continuerà a rafforzarsi a nord dello stato ebraico.
Fino a dove arriverà questa escalation? È la grande domanda regionale che spaventa tutti, al di là delle conseguenze politiche della guerra in Siria, del futuro del governo libanese o del ruolo del Qatar negli equilibri del Golfo, questioni importanti ma congiunturali.

La posta in gioco è l’equilibrio tra Riyadh e Teheran, tra i due poli del mondo musulmano odierno, sunnita uno, sciita l’altro: una “griglia di lettura” inevitabile, per quanto indubbiamente insufficiente e riduttiva.

In questo braccio di ferro regionale le alleanze sono mutevoli, e queste due foto di incontri a tre, una a Riyadh e l’altra a Soči, riassumono bene l’attuale situazione strategica: un faccia a faccia che non promette niente di buono in una regione dove si trovano fin troppe armi.

(Traduzione di Federico Ferrone)