Matteo Salvini, Geert Wilders e Marine Le Pen durante un incontro a Koblenz, in Germania, il 21 gennaio 2017.

L’estrema destra vuole vincere le elezioni europee con la paura

Matteo Salvini, Geert Wilders e Marine Le Pen durante un incontro a Koblenz, in Germania, il 21 gennaio 2017.
07 agosto 2018 10:20

In quest’estate torrida le elezioni europee di maggio 2019 non sembrano la principale preoccupazione degli elettori. Eppure questa scadenza è al centro dei discorsi e delle attività di populisti e di nazionalisti, che vedono nel rinnovo del parlamento di Strasburgo l’occasione per ottenere un grande successo elettorale e forse anche per prendere in ostaggio il parlamento europeo.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán, capofila dell’estrema destra in Europa centrale, e il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini, diventato la figura di spicco di un’estrema destra disinibita, hanno dato il via a una campagna elettorale che si annuncia senza esclusione di colpi e che farà leva sulle paure e sulle angosce di un continente sempre più in crisi.

A queste due personalità che si ispirano, ognuna a suo modo, alla retorica e allo stile di Donald Trump, bisogna aggiungere un terzo nome che vuole fare di questa campagna elettorale un referendum contro l’Europa dei diritti e le sue frontiere aperte: è Steve Bannon, l’ideologo dell’estrema destra americana, ex spin doctor della campagna elettorale e poi consigliere di Trump alla Casa Bianca, che ha annunciato il suo trasferimento a Bruxelles con l’intenzione di strumentalizzare le elezioni europee.

I vantaggi del sistema proporzionale
Nel corso del tempo gli elettori si sono allontanati da queste elezioni: in Francia nel 2014 appena un elettore su quattro è andato alle urne e chi vota pensa che sia solo un mezzo per esprimere malcontento. L’aumento dei poteri del parlamento europeo non ha cambiato la situazione e la campagna elettorale rimane per lo più a carattere nazionale e non sembra attirare un grande interesse poiché i partiti politici inseriscono nelle loro liste personalità di secondo piano o personaggi scomodi sul piano nazionale.

Gli unici a prendere sul serio queste elezioni sono i partiti populisti e di estrema destra, che da molto tempo hanno capito i vantaggi che possono ottenere da un’assemblea eletta con il sistema proporzionale. Lo scandalo del finanziamento degli assistenti parlamentari del Front national – arrivato primo in Francia alle europee del 2014 – ne è un esempio.

Quest’anno però gli altri partiti e gli elettori sensibili ai princìpi della democrazia e dello stato di diritto dovranno cercare di essere più attenti, perché populisti e nazionalisti potrebbero diventare la prima forza politica del parlamento europeo, con il rischio di una paralisi o comunque di grossi problemi per le istituzioni europee.

L’Europa paga adesso il prezzo della sua indecisione e delle sue incoerenze dopo l’ondata migratoria del 2015

È vero che a priori non c’è unità o coerenza tra queste diverse forze impegnate contro “Bruxelles”. Al parlamento di Strasburgo Orbán fa parte del Partito popolare europeo (Ppe), la stessa formazione della democraticocristiana Angela Merkel, mentre la Lega di Salvini è schierata insieme al Front national di Marine Le Pen. A Strasburgo si contano almeno tre diversi gruppi di estrema destra, ostili all’Europa stessa.

Tuttavia quando Orbán fornisce la sua definizione dei valori della cristianità – antimmigrati, contro la società multietnica e favorevoli al modello di famiglia tradizionale – è probabilmente più vicino a Salvini che a Merkel. Più vicino anche al ministro dell’interno tedesco Horst Seehofer, capo della Csu bavarese e alleato della Cdu di Angela Merkel.

Strumentalizzando la paura verso i migranti e facendo leva sulla questione della sovranità e dell’identità, Orbán è diventato il primo sostenitore del “modello austriaco”, l’alleanza tra la destra tradizionale e l’estrema destra. In questo modo cerca di spostare il centro di gravità dell’Europa, finora basato sull’equilibrio e sull’intesa di fatto tra i due grossi blocchi politici cristiano-democratico e socialdemocratico del parlamento europeo.

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In un discorso pronunciato il 28 luglio davanti alla minoranza ungherese in Romania, simbolo del ruolo assunto dalla questione dell’identità nel percorso dell‘“uomo forte” di Budapest, il premier ungherese ha preso di mira Emmanuel Macron e la sua visione liberale dell’Europa.

Si tratta di una personalizzazione della competizione che attribuisce il ruolo migliore al primo ministro ungherese, anche se di fatto le posizioni del presidente francese sono in stallo a causa delle difficoltà incontrate dalla sua partner Angela Merkel in Germania e dell’affermazione di un governo ostile in Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione europea. Anche Salvini si presenta come rivale di Macron e del suo desiderio di rilanciare l’integrazione europea e incarna un’estrema destra ancora più radicale, quella di Marine Le Pen, e arrivata al potere in Italia attraverso un’insperata alleanza con il Movimento 5 stelle.

Salvini ha promesso di fare delle elezioni europee un “referendum fra l’Europa delle élite, delle banche, della finanza, dell’immigrazione e del precariato e l’Europa dei popoli e del lavoro”. Questo discorso, che fa leva sulle paure, ha messo sulla difensiva i sostenitori del modello liberale e ha provocato in Francia un irrigidimento della legislazione e dell’atteggiamento nei confronti dei migranti. La trappola è evidente: non fate nulla e siete accusati di lassismo; agite e vi dicono che l’originale è meglio della copia. Di fatto l’Europa paga adesso il prezzo della sua indecisione e delle sue incoerenze dopo l’ondata migratoria del 2015, anche se i numeri sugli arrivi di migranti sono molto più bassi rispetto a tre anni fa.

Il contesto internazionale
A queste forze europee che sentono di avere il vento in poppa per farla finita con un’Europa che detestano si è aggiunto un contesto internazionale favorevole. L’annuncio da parte di Bannon del suo trasloco a Bruxelles in vista delle elezioni europee ha confermato che anche la destra radicale americana, quella di Trump, vuole la pelle dell’Unione europea, così come Vladimir Putin che soffia sul fuoco del continente (come non ricordare la sua foto in compagnia di Marine Le Pen e i commenti entusiastici di Salvini nei suoi confronti).

Bannon considera Salvini e il governo italiano come una sua creatura e del resto lo ha detto quasi con queste parole in un’intervista alla Cnn in diretta da Roma dove era andato subito dopo la formazione della coalizione nazionalista-populista. E vuole replicare il suo modello anche in altri paesi d’Europa. Questo genio del male della destra radicale ha a sua disposizione gli strumenti di disinformazione collaudati durante la Brexit e l’elezione di Trump, così come in occasione della fallimentare campagna di Marine Le Pen con i finti scoop su Macron.

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Al servizio della sua “causa” c’è il denaro di alcuni investitori, in una sorta di antitesi di George Soros (la “bestia nera” dei nazionalisti, al tempo stesso ebreo, finanziere e filantropo). Bannon e il suo “movimento” a Bruxelles sperano di poter federare la destra radicale nonostante le sue differenze interne grazie a un’importante rete di contatti che va dal Rassemblement (ex Front) national in Francia – e in particolare da Marion Maréchal (Le Pen), che descrive nella rivista Society come “la Giovanna d’Arco del nostro movimento” – a Orbán in Ungheria passando per la Lega o per i partiti di estrema destra in Svezia e Germania.

A 64 anni questo americano sogna di creare un’internazionale populista e si considera come una sorta di Malraux romantico in una guerra di civiltà condotta sul territorio europeo. Orbán, Salvini, Bannon, questi tre personaggi hanno già cominciato a fare la loro campagna per le elezioni europee perché sentono di avere il vento a favore. Quando si sveglieranno le altre forze politiche e i cittadini favorevoli ai valori della democrazia e dello stato di diritto? Lo faranno prima che sia troppo tardi?

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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