L’applauso per la deputata olandese Judith Sargentini, il 12 settembre 2018. Sargentini è l’autrice del documento che accusa l’Ungheria di violare i principi della democrazia.

Il parlamento europeo dice no a Viktor Orbán e all’estrema destra

L’applauso per la deputata olandese Judith Sargentini, il 12 settembre 2018. Sargentini è l’autrice del documento che accusa l’Ungheria di violare i principi della democrazia.
13 settembre 2018 11:42

È la fine dell’impunità per Viktor Orbán, primo ministro ungherese e capofila degli “illiberali” in Europa. Con un voto realmente storico il parlamento europeo ha sancito a maggioranza l’avvio di una procedura contro l’Ungheria a causa delle preoccupazioni sullo stato di diritto nel paese.

Si tratta di un provvedimento significativo, innanzitutto perché spesso l’Unione europea ha funzionato come un “club” in cui si cerca di evitare di punire chi infrange le regole comuni.

Da tempo il governo ungherese moltiplica gli attacchi contro la giustizia, i mezzi d’informazione e la società civile, mantenendo posizioni xenofobe senza che l’Unione reagisca. Dopo il caso della Polonia, per la seconda volta è stato fatto ricorso all’articolo 7 che regola gli attacchi contro lo stato di diritto nell’Ue.

Un’ambiguità insostenibile
Il voto rappresenta una sorpresa anche perché mancano nove mesi alle elezioni europee, e questo è il secondo motivo della sua importanza.

Il partito di Orbán, Fidesz, aderisce al Partito popolare europeo (Ppe), principale schieramento di destra all’interno del parlamento di Strasburgo e di cui fanno parte la Cdu di Angela Merkel, i Repubblicani francesi e il partito del cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

Fino a questo momento, il Ppe aveva privilegiato la coesione del gruppo mantenendo un’ambiguità sempre più insostenibile davanti alla linea apertamente autoritaria di Orbán.

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Il voto ha permesso al Ppe di uscire parzialmente da questa ambiguità che rischiava di costargli molto cara nella prospettiva delle elezioni europee. Angela Merkel vorrebbe Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe a Strasburgo, come capofila della destra allo scrutinio del prossimo maggio ed eventualmente, se il suo schieramento vincesse le elezioni, come presidente della Commissione europea al posto di Jean-Claude Juncker.

Originario della Baviera, dove la destra si mostra sempre più in sintonia con il vicino ungherese e sempre meno con la cancelliera a Berlino, Manfred Weber era contrario a una spaccatura. Faceva parte del Ppe vicino a Orbán o di quello di Merkel? Weber ha preso la sua decisione ieri, votando a favore dell’avvio della procedura contro il suo vecchio amico di Budapest, anche se per il momento non si spinge fino a chiederne l’esclusione dal Ppe. La stessa linea è stata seguita dal capo del governo austriaco, che ha appoggiato la procedura contro Budapest pur avendo formato in patria una coalizione con l’estrema destra.

Si tratta di una rottura netta in un momento in cui le forze populiste e di estrema destra hanno il vento in poppa e guadagnano voti a ogni tornata elettorale in Europa.

Viktor Orbán, ex dissidente liberale dell’epoca comunista che ha teorizzato la svolta autoritaria in Europa centrale, ha lanciato un attacco rischioso. In estate aveva preso di mira Angela Merkel e la sua politica migratoria, prima di celebrare la propria amicizia con Matteo Salvini, ministro dell’interno italiano e capo della Lega, partito di estrema destra.

Paradossalmente, Orbán ha costretto la destra tradizionale europea a fare una scelta che alla fine lo ha penalizzato. Orbán viene dunque spinto verso l’estrema destra dello scacchiere, a cui sostanzialmente appartiene. Quanto meno ora c’è più chiarezza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è uscita su France Inter.

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