Una protesta contro l’aumento del costo della vita a Taez, Yemen, il 2 ottobre 2018.

La guerra in Yemen dopo il caso Khashoggi

Una protesta contro l’aumento del costo della vita a Taez, Yemen, il 2 ottobre 2018.
16 ottobre 2018 17:33

È la guerra dimenticata del Medio Oriente. Mentre le polemiche sulla sorte del giornalista saudita Jamal Khashoggi non accennano a placarsi, un conflitto devastante prosegue in Yemen nell’indifferenza generale. Il 14 ottobre è arrivata l’ennesima “svista”, con un bombardamento aereo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che ha colpito un convoglio di minibus nei pressi del porto strategico di al Hudayda, sul mar Rosso, uccidendo quindici persone.

Secondo l’Onu, lo Yemen sta vivendo la peggiore catastrofe umanitaria del mondo, con oltre dieci milioni di persone che patiscono la fame. È il risultato di sette anni di stravolgimenti politici, di una guerra civile e di un intervento militare straniero voluto dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, lo stesso che avrebbe ordinato l’omicidio di Jamal Khashoggi.

Pochi giornalisti riescono a raggiungere lo Yemen, e quelli che ce la fanno si assumono rischi enormi. Il 13 ottobre, a Bayeux, è stato assegnato un premio al reportage di guerra del giornalista di Le Monde Jean-Philippe Rémy e del fotografo Olivier Laban-Mattei, per un articolo impressionante sullo Yemen intitolato “La guerra nascosta”.

Il silenzio dei governi occidentali nasce da considerazioni strategiche. Quando nel 2015 il giovane principe Mohammed bin Salman ha formato una coalizione internazionale per cacciare i ribelli huthi dalla capitale yemenita, ha ottenuto il sostegno degli Stati Uniti e della Francia, due dei principali fornitori d’armi del suo paese.

In questo modo, l’ambizioso principe voleva dimostrare che il mondo sunnita stava riprendendo l’iniziativa per reagire alle ambizioni di un Iran accusato di essere responsabile dell’avanzata dei ribelli huthi in Yemen. Gli occidentali vedevano di buon occhio questa pressione indiretta nei confronti di Teheran poiché all’epoca l’accordo sul nucleare non era ancora concluso.

Poi, però, la guerra si è impantanata, con lo Yemen diviso in due se non tre parti, una catastrofe umanitaria e le forze di coalizione incapaci di vincere. L’opzione militare non funziona, ma la guerra continua e i tentativi di trovare una soluzione politica non portano a niente.

In questo contesto, la scomparsa del giornalista crea una pressione senza precedenti su Riyadh, spingendo il principe ereditario sulla difensiva. Inizialmente prudenti, gli alleati dell’Arabia Saudita ora chiedono una spiegazione: Parigi, Londra e Berlino pretendono l’apertura di un’inchiesta, mentre Donald Trump il 15 ottobre ha inviato a Riyadh il capo della diplomazia statunitense.

Per il momento, però, nessun governo sembra pronto ad attaccare un paese chiave del Medio Oriente e nemmeno a criticarlo apertamente come aveva fatto (a sue spese) il Canada la scorsa estate, suscitando rappresaglie immediate.

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La Francia sa bene che questa guerra in Yemen ha perso qualsiasi significato militare e impone infinite sofferenze alla popolazione civile, ma resta prudente nelle sue posizioni, come sottolineano con tristezza gli esponenti della società civile yemenita che vengono a Parigi per chiedere un’azione diplomatica forte.

Nel suo primo articolo per il Washington Post, Jamal Khashoggi aveva chiesto la fine della guerra saudita in Yemen. Se la sua scomparsa dovesse portare a una riconsiderazione delle brame del principe ereditario, sarebbe una grande vittoria postuma. Ma al momento uno sviluppo di questo tipo appare ancora improbabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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