Donald Trump si rivolge al congresso per il discorso sullo stato dell’unione, Washington, 5 febbraio 2019. (Doug Mills, Reuters/Contrasto)

Lo “stato dell’unione” di Donald Trump alimenta i dubbi sul futuro

Donald Trump si rivolge al congresso per il discorso sullo stato dell’unione, Washington, 5 febbraio 2019. (Doug Mills, Reuters/Contrasto)
06 febbraio 2019 10:57

Gli statunitensi che hanno ascoltato Donald Trump si dividono tra l’orgoglio di appartenere a quella che il presidente ha chiamato “la più grande nazione della storia” e la consapevolezza che dietro le grandi parole si nascondono ossessioni come quella del muro antimigranti, a cui Trump ha dedicato ben diciassette minuti.

Ma cosa pensano i non americani, che siano alleati o rivali degli Stati Uniti? Di sicuro il discorso di Trump alimenta grandi dubbi sul mondo del futuro.

Trump ha fatto applaudire a lungo tre veterani della seconda guerra mondiale che hanno partecipato allo sbarco in Normandia, ma è lo stesso presidente che sta mettendo a rischio il mondo multilaterale costruito sulle rovine del conflitto mondiale senza proporre un’alternativa.

Trump ha citato gli alleati europei solo per ribadire che hanno abusato della generosità degli Stati Uniti e che grazie a lui i componenti della Nato hanno sborsato cento miliardi di dollari in più per la loro difesa. Un modo molto discutibile di raccontare la storia, e soprattutto non molto motivante.

Nella visione internazionale di Trump c’è prima di tutto una frase su cui tutti possono essere d’accordo: “Le grandi nazioni non conducono guerre senza fine”. La stessa frase potevano pronunciarla Barack Obama o le vittime delle guerre statunitensi degli ultimi due decenni, in Medio Oriente o in Asia.

Il discorso sullo stato dell’unione di Donald Trump


Eppure è difficile mettere in atto questa massima quando si è la prima potenza mondiale, come dimostrano i tentennamenti di Trump in Siria, la sua aggressività nei confronti dell’Iran e del Venezuela o la tentazione di abbandonare l’Afghanistan malgrado la minaccia dei taliban.

Quando il presidente ha annunciato a dicembre che avrebbe ritirato le truppe dalla Siria, sottolineando che il gruppo Stato islamico (Is) è stato sconfitto, pensava che sarebbe stato apprezzato. Ma la verità è che la sconfitta completa dell’Is è ancora lontana, e stanotte Donald Trump è stato costretto a sfumare il suo discorso, sottolineando che l’Is “sarà” sconfitto (una frase più corretta) e rinunciando a presentare un calendario per il ritiro dei soldati.

Ancora in ambito internazionale, Trump si è vantato dichiarando che se non fosse stato eletto gli Stati Uniti sarebbero attualmente in guerra con la Corea del Nord. Alla fine di febbraio, in Vietnam, il presidente incontrerà nuovamente il dittatore Kim Jong-un, nonostante lo scetticismo generale sulla sua capacità di ottenere la de-nuclearizzazione della Corea del Nord.

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Non si può che essere colpiti dal discorso di Trump, che ha invitato gli Stati Uniti a superare le divisioni per raccogliere le sfide della loro grandezza in qualsiasi ambito, dall’economia all’esercito.

Ma a colpire è anche la povertà di una visione strategica che si limita ad “America first” e di un discorso nazionalista che gli ha permesso di essere eletto e magari gli permetterà di essere rieletto l’anno prossimo, ma che non offre al resto del mondo alcuna prospettiva se non quella di essere sottomessi o nemici di un paese che in passato ha ispirato l’adesione a valori comuni e non solo l’obbedienza e la paura.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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