L’intervento dei soldati statunitensi dopo l’attacco a un camion della Nato nella provincia di Nangarhar, Afghanistan, 19 giugno 2014. (Parwiz, Reuters/Contrasto)

In Afghanistan bisogna porre fine a una guerra senza perdere la pace

L’intervento dei soldati statunitensi dopo l’attacco a un camion della Nato nella provincia di Nangarhar, Afghanistan, 19 giugno 2014. (Parwiz, Reuters/Contrasto)
05 febbraio 2019 10:22

In Afghanistan gli Stati Uniti vogliono concludere la più lunga guerra della loro storia. Nel 2001, alla guida di una coalizione internazionale, l’esercito statunitense invase il paese per colpire i jihadisti di Al Qaeda, responsabili degli attentati dell’11 settembre. Tuttavia, dopo aver cacciato dal governo i taliban, colpevoli di aver ospitato e aiutato gli uomini di Bin Laden, Washington e i suoi alleati si sono impantanati in una guerra senza fine.

Diciotto anni più tardi, le truppe statunitensi sono ancora in Afghanistan, insieme a quelle di altri paesi della coalizione. I francesi se ne sono andati nel 2014 per decisione di François Hollande, dopo aver perso novanta uomini in combattimento.

Barack Obama voleva porre fine alla guerra, ma ha concluso il suo mandato senza riuscire a ritirare tutti i soldati. Donald Trump ha aumentato di quattromila militari il contingente, portandolo a 14mila effettivi. Oggi i soldati sono meno esposti al combattimento, ma si continuano a registrare perdite regolari.

Trattativa accelerata
Trump ha già annunciato di voler ritirare metà dei militari, senza però indicare un calendario preciso. In ogni caso la situazione non gli permette di agire rapidamente come vorrebbe. I taliban afgani sono di nuovo una minaccia per il governo di Kabul: controllano circa il 60 per cento del territorio e conducono regolarmente operazioni nella capitale.

Quanto vale la parola dei taliban? È una domanda senza risposta che continua a condizionare gli eventi

Gli Stati Uniti cercano da tempo di negoziare un accordo politico con i taliban, ma di recente la trattativa ha subìto una forte accelerata. Alla fine di gennaio, in Qatar, gli emissari dei taliban e il rappresentante di Washington Zalmay Khalizad hanno concluso una sorta di preaccordo con cui i taliban si impegnano a non permettere ad Al Qaeda e agli altri gruppi terroristici di utilizzare l’Afghanistan come base.
Ma quanto vale la parola dei taliban? È una domanda senza risposta che continua a condizionare gli eventi.

Diversi opinionisti statunitensi propongono un parallelo con la fine della guerra in Vietnam. Nel 1973 gli Stati Uniti firmarono gli accordi di Parigi, ma appena due anni dopo Saigon fu conquistata dai nordvietnamiti. Lo stesso potrebbe accadere a Kabul in caso di partenza degli statunitensi.

Per giustificare la sua decisione, Trump ha dichiarato in settimana che “i taliban sono indeboliti”, ma è palese che sia Washington a voler lasciare l’Afghanistan. E i taliban lo sanno bene.

Trump ha ragione a voler mettere fine al più prolungato impegno militare della storia del paese, tra l’altro andando incontro ai desideri del suo elettorato. Ma bisogna saper concludere una guerra senza perdere la pace, ed è qui che nascono i dubbi.

Sarebbe una tremenda delusione se un ritiro affrettato di Washington aprisse le porte a una nuova epoca oscurantista in Afghanistan. Gli afgani e soprattutto le afgane non meritano di pagare per gli errori delle grandi potenze.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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