Donald Trump e Kim Jong-un dopo il loro primo incontro ad Hanoi, in Vietnam, il 28 febbraio 2019.

Il fallimento del vertice di Hanoi apre nuove prospettive

Donald Trump e Kim Jong-un dopo il loro primo incontro ad Hanoi, in Vietnam, il 28 febbraio 2019.
01 marzo 2019 11:33

La vicenda di Hanoi può insegnarci molto. Donald Trump ha rinunciato a un accordo con il leader nordcoreano Kim Jong-un, ritenendo che i conti non tornassero, e in questo c’è qualcosa di molto rassicurante. Certo, si può essere delusi perché non si è arrivati a una denuclearizzazione della Corea del Nord, ma resta il fatto che il presidente statunitense abbia deciso di non firmare un accordo che sembrava palesemente squilibrato.

Il 27 febbraio avevo ironizzato prevedendo che Trump avrebbe immancabilmente annunciato un accordo fantastico (anche se probabilmente non lo sarebbe stato) per ragioni legate alla politica interna degli Stati Uniti. Un successo ad Hanoi, infatti, sarebbe stato utile al presidente per sviare l’attenzione dalla testimonianza del suo ex avvocato Michael Cohen, in corso al congresso contemporaneamente al vertice in Vietnam.

Oltre al fatto che l’ironia è stata cattiva consigliera e mi ha spinto a sbagliare la mia previsione, il fatto che Trump abbia resistito alla tentazione (o piuttosto che il suo seguito lo abbia convinto a resistere) è molto rassicurante.

Entusiasmo ridimensionato
È stato lo stesso Trump a fornire la chiave di interpretazione di quanto accaduto ad Hanoi, dichiarando di non poter firmare un accordo che non piaceva a “Mike”, riferendosi al segretario di stato Michael Pompeo, ex capo della Cia che ha gestito il dialogo preparatorio con la Corea del Nord.

In sostanza Pompeo ha fatto in modo che Trump, nonostante l’entusiasmo per il suo nuovo amico Kim, rifiutasse l’accordo proposto dai nordcoreani, che prevedeva una cancellazione totale delle sanzioni economiche contro la Corea del Nord in cambio di una parziale denuclearizzazione.

Il 27 febbraio il New York Times ha scritto che Pompeo avrebbe evitato che Trump e Kim restassero soli per troppo tempo, nel timore che il presidente accettasse un accordo senza consultare i suoi collaboratori. Questo episodio dimostra che le reti di sicurezza funzionano abbastanza bene a Washington, anche con un presidente disfunzionale come Trump.

La situazione attuale conferma l’imprevedibilità della politica statunitense

Quello di Hanoi non è l’unico esempio. Qualcosa di molto simile è accaduto con la vicenda dei soldati statunitensi in Siria al fianco delle forze arabo-curde che combattono il gruppo Stato islamico.

A dicembre Donald Trump aveva annunciato unilateralmente il ritiro delle truppe, suscitando lo stupore degli alleati degli Stati Uniti tra cui la Francia, anch’essa impegnata militarmente sul campo. Quella del presidente era una decisione chiaramente affrettata, dato che il gruppo Stato islamico non era stato ancora pienamente sconfitto, come possiamo constatare ancora oggi a Baghuz, ultima roccaforte dei jihadisti. L’episodio aveva provocato le dimissioni del ministro della difesa degli Stati Uniti, il generale James Mattis.

In un primo tempo Trump ha accettato di “spalmare” il ritiro, per poi cambiare radicalmente posizione la settimana scorsa, quando ha annunciato il mantenimento di un contingente residuo per dissuadere la Turchia da ogni attacco contro i curdi siriani, che si sentivano abbandonati dagli Stati Uniti.

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La situazione attuale conferma l’imprevedibilità della politica statunitense, ma quantomeno possiamo pensare che con Donald Trump il peggio non sia sempre scontato. Nelle condizioni attuali, è un pensiero rassicurante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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