Una protesta contro il presidente Abdelaziz Bouteflika ad Algeri, il 22 marzo 2019. (Farouk Batiche, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

L’esercito algerino abbandona Bouteflika  per salvare il regime

Una protesta contro il presidente Abdelaziz Bouteflika ad Algeri, il 22 marzo 2019. (Farouk Batiche, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
27 marzo 2019 11:06

L’Algeria vive una rivoluzione senza precedenti. I giorni (o forse le ore) di Abdelaziz Bouteflika alla guida del paese sono contati. A dare il segnale, il 26 marzo, è stato il capo dell’esercito, il generale Ahmed Gaid Salah. Ma la storia non finisce qui.

Il generale Salah ha scelto di restare in un quadro istituzionale chiedendo di attivare l’articolo 102 della costituzione, che prevede la deposizione del capo dello stato per motivi di salute. Se il consiglio istituzionale lo seguirà (e un rifiuto sarebbe sorprendente) si aprirà una nuova pagina per l’Algeria, con un presidente ad interim e nuove elezioni. Un calendario serrato, insomma, laddove Bouteflika proponeva una transizione che sarebbe durata almeno un anno.

Questo è il terzo atto di una crisi che ha visto il presidente candidarsi per un quinto mandato malgrado le sue condizioni di salute, cercare di imporsi con la forza e successivamente rinunciare pur tentando di guidare le transizione, per poi essere spinto verso l’uscita di scena dall’esercito.

Tutto questo è accaduto sullo sfondo di manifestazioni sempre più consistenti nelle piazze di Algeri e del resto del paese, in corso da almeno un mese. Abbiamo assistito a un movimento pacifico con parole d’ordine sempre più ostili nei confronti del potere algerino e non solo del presiedente uscente.

Salah, ufficiale di 79 anni, è al centro dei sistema di potere algerino. Fino a poche settimane fa nessuno si aspettava da lui un gesto che ricorda un colpo di stato medico come quello di Ben Ali contro Habib Bourguiba, nel 1987 in Tunisia.

È il momento della verità per questa rivoluzione di velluto algerina, che oggi prosegue senza scontri violenti

Diversamente dalla Tunisia, dove fu portata a termine una rivoluzione di palazzo, in Algeria arde un fuoco, con la ribellione persistente della popolazione e numerose defezioni nei ranghi del potere.

Fin dall’inizio i manifestanti hanno invocato l’esercito. Uno di loro ha mostrato un cartello che oggi assume un significato più profondo: “Gaid, non mancare il tuo appuntamento con la storia”.

Salh si è presentato all’appuntamento avviando un processo che potrebbe salvare, se non il presidente (è troppo tardi), almeno il regime, conservando al contempo le apparenze costituzionali.

È il momento della verità per questa rivoluzione di velluto algerina, che oggi prosegue senza scontri violenti. È ancora possibile tornare a un processo costituzionale che sarebbe stato sicuramente accettato se fosse stato proposto dall’inizio?

O invece la piazza si è spinta troppo oltre nella sua rottura con questo regime predatore? Quale fiducia possono concedere i milioni di manifestanti a un regime che hanno continuato a denunciare e che ora dovrebbe organizzare elezioni trasparenti e regolari?

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Ancora una volta, su questo tema, gli algerini si mobiliteranno il 29 marzo. La protesta ci farà capire se la primavera algerina otterrà un cambiamento di facciata o andrà fino in fondo rovesciando il regime. In questo momento nessuno sa come andranno le cose. Nemmeno il generale Gaid Salah.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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