Julian Assange a bordo del furgone della polizia dopo il suo arresto a Londra, l’11 aprile 2019.

Perché Julian Assange non deve essere estradato negli Stati Uniti

Julian Assange a bordo del furgone della polizia dopo il suo arresto a Londra, l’11 aprile 2019.
12 aprile 2019 11:10

L’11 aprile Julian Assange è stato arrestato all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra. Da quel momento è esplosa la battaglia sui social network, in tutte le lingue. Il fondatore di WikiLeaks è un eroe della libertà di espressione ingiustamente perseguitato? Oppure è un criminale che deve rispondere delle sue azioni davanti alla giustizia?

L’immagine di Assange è cambiata parecchio nel corso dell’ultimo decennio. Oggi esistono un “dr Julian” e un “mister Assange”, ovvero un volto attivista che combatte per un ideale di trasparenza, contestabile ma comunque da difendere, e una parte più oscura, sia personale sia politica, che ha rimescolato le carte, tanto che alcuni sostenitori della prima ora (soprattutto nei mezzi d’informazione) hanno preso le distanze.

Quando è salito agli onori della cronaca la prima volta, nel 2009, Julian Assange era una sorta di Robin Hood dell’informazione che aveva reso pubblico un video girato da un elicottero statunitense a Baghdad il cui equipaggio aveva ucciso due giornalisti dell’agenzia Reuters. Il Pentagono aveva insabbiato la vicenda, e senza WikiLeaks non ne avremmo mai saputo niente.

Proteggere vite umane
L’anno successivo il sito ha pubblicato migliaia di documenti riservati del contingente statunitense in Afghanistan e in Iraq, nel solco dei Pentagon Papers della guerra in Vietnam. Oggi, a causa di quella pubblicazione, gli Stati Uniti chiedono l’estradizione di Assange.

In seguito WikiLeaks ha fornito ai grandi giornali del mondo migliaia di dispacci diplomatici trafugati, permettendo a una schiera di giornalisti professionisti di fare una cernita, incrociare informazioni ed evitare di mettere in pericolo vite umane. Questi giornali, tra cui Le Monde in Francia, hanno pubblicato decine di articoli utilizzando gli archivi di WikiLeaks senza tanti scrupoli. Io stesso ho incontrato Assange nel Regno Unito nel 2011 per recuperare alcuni dispacci.

Assange non è un agente di Mosca. È un sostenitore della trasparenza totale, per cui il fine giustifica i mezzi

Nel 2016 WikiLeaks ha pubblicato alcuni documenti riservati del Partito democratico indebolendo la campagna elettorale di Hillary Clinton, documenti che secondo un’inchiesta americana sarebbero stati sottratti illecitamente dai servizi segreti russi. All’epoca Donald Trump aveva dichiarato “Amo WikiLeaks”, per poi smentirsi nella giornata dell’11 aprile e sostenere di non conoscere l’organizzazione.

Assange non è un agente di Mosca. È un sostenitore della trasparenza totale, per cui il fine giustifica i mezzi. Eppure le vicende del 2016 hanno segnato una rottura, e il New York Times, dopo aver collaborato con WikiLeaks, aveva titolato: “Quando Assange si esprime, è Putin che parla?”.

Recluso nell’ambasciata ecuadoriana per sette anni nel tentativo di sfuggire a imbarazzanti accuse di stupro in Svezia, Assange ha perso l’innocenza libertaria degli inizi.

Tuttavia, come sottolineava l’11 aprile Reporter senza frontiere, le informazioni per le quali Assange è perseguito sono di interesse generale. Estradarlo significherebbe creare un pericoloso precedente per gli informatori e altre fonti giornalistiche. Da un lato c’è il personaggio diventato ormai sulfureo, ma dall’altro ci sono questioni di principio. Per questo motivo l’estradizione di Assange sarebbe un fatto grave.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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