La prima ministra neozelandese Jacinda Ardern partecipa alla preghiera del venerdì nella moschea Al Noor di Christchurch, il 22 marzo 2019. (Jorge Silva, Reuters/Contrasto)

Da Parigi un appello contro la diffusione dell’odio online

La prima ministra neozelandese Jacinda Ardern partecipa alla preghiera del venerdì nella moschea Al Noor di Christchurch, il 22 marzo 2019. (Jorge Silva, Reuters/Contrasto)
15 maggio 2019 11:32

Spesso da avvenimenti tragici emergono personalità straordinarie. È il caso della prima ministra della Nuova Zelanda Jacinda Ardern e del suo comportamento dopo il massacro compiuto due mesi fa da un terrorista suprematista bianco in due moschee di Christchurch. Ardern non si è accontentata di esprimere la necessaria compassione verso il suo paese e di vietare alcuni modelli di armi automatiche.

La premier si è lanciata in una crociata contro un altro strumento di violenza usato dal terrorista australiano: i social network. L’autore della strage aveva infatti trasmesso le sue azioni su Facebook Live, osservate in diretta da quattromila persone per 16 minuti ma soprattutto scaricate un milione e mezzo di volte nelle 24 ore successive.

Oggi nessun paese può sperare di combattere da solo la diffusione dell’odio sulle piattaforme come Facebook e YouTube, che contano miliardi di utenti in tutto il mondo. Per questo motivo Jacinda Ardern cerca alleati e ne ha trovato uno nella persona di Emmanuel Macron.

Violenza e libertà di espressione
Il 15 maggio il presidente francese e la prima ministra neozelandese lanceranno a Parigi un “appello di Christchurch” contro la diffusione dei contenuti terroristici e della violenza su internet. L’invito è rivolto prima di tutto ai vertici delle grandi aziende tecnologiche, riuniti questa settimana nella capitale francese. È probabile che altri paesi si uniranno alla Francia e alla Nuova Zelanda, ma non gli Stati Uniti, dove hanno sede quasi tutte le grandi aziende coinvolte.

In un commento pubblicato sul New York Times Jacinda Ardern ha ammesso che non è semplice fermare la propagazione dell’odio e della violenza su internet senza limitare la libertà d’espressione che i social network hanno contribuito a diffondere. La situazione, tra l’altro, è complicata dalle differenze culturali. Negli Stati Uniti, per esempio, è possibile l’apologia del nazismo in nome del primo emendamento della costituzione, che garantisce piena libertà d’espressione. In Europa, invece, l’apologia del nazismo è un crimine.

I dirigenti dei grandi social network sanno che la pressione dei governi e della popolazione sta aumentando

Appoggiandosi al trauma di Christchurch, la premier neozelandese chiede che le piattaforme si impegnino a cancellare più rapidamente i contenuti violenti e sviluppino nuovi strumenti per impedire la diffusione virale di questi contenuti, attualmente facilitata dagli algoritmi.

I dirigenti dei grandi social network sanno benissimo che la pressione dei governi e della popolazione sta aumentando. La settimana scorsa Mark Zuckerberg era nell’ufficio di Macron, dove ha riconosciuto il problema e si è detto pronto a collaborare.

Facebook sta provando un esperimento insieme al governo francese, concedendogli di accedere al suo sistema di moderazione dei contenuti problematici.

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L’appello di Christchurch è una tappa importante della mobilitazione internazionale contro l’odio online, ma siamo ancora lontani dal poter rispondere all’enorme sfida rappresentata dal lato oscuro dei social network o dall’utilizzo dei dati personali, così come siamo lontani dal giusto equilibrio tra libertà e responsabilità, due concetti inseparabili.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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