Migranti soccorsi nel Mediterraneo dall’ong Proactiva open arms, il 5 agosto 2018. (Juan Medina, Reuters/Contrasto)

I porti chiusi di un’Europa senz’anima

Migranti soccorsi nel Mediterraneo dall’ong Proactiva open arms, il 5 agosto 2018. (Juan Medina, Reuters/Contrasto)
11 giugno 2019 12:31

“Se non faremo nulla, il Mediterraneo diventerà un mare di sangue”. Questa immagine, particolarmente forte, è stata proposta in settimana da un portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

Il grido d’allarme arriva mentre le belle giornate, come ogni anno, segnano un aumento nel numero dei tentativi di traversata del Mediterraneo da parte di migranti che vorrebbero raggiungere l’Europa.

Tuttavia quest’anno ci sono circostanze particolari: da febbraio non ci sono quasi più navi di salvataggio gestite dalle ong internazionali che recuperano i passeggeri di imbarcazioni in difficoltà, mentre la ripresa della guerra civile in Libia spinge migliaia di migranti bloccati nel paese ad accettare rischi maggiori pur di sfuggire ai combattimenti.

Impedire i soccorsi
Il risultato è che, come sottolinea l’Unhcr, una percentuale sempre più elevata di migranti muore nel tentativo di arrivare in Europa, circa il 15 per cento di quelli che provano la traversata. Tra il 2014 e il 2017, all’apice dell’ondata di rifugiati, sono morti 14mila uomini, donne e bambini. Dall’inizio dell’anno le cifre complessive sono calate drasticamente, con circa 350 vittime.

L’assenza delle navi delle ong è il risultato della politica sistematica degli stati europei: impedire alle navi di soccorrere i migranti in mare dopo le polemiche sull’approdo delle imbarcazioni nei porti europei e sulla difficoltà di trovare un punto di accoglienza per i disperati.

L’Italia ha fatto scalpore accusando le ong di fungere da “taxi” del mare per i migranti. Gli altri europei, anche se più discretamente, hanno seguito la stessa linea giustificandosi con motivazioni amministrative.

I paesi europei hanno cancellato il problema nel modo più brutale possibile

Piuttosto che gestire un tema politico, i paesi europei hanno cancellato il problema nel modo più brutale possibile, voltando le spalle alle tragedie in mare e delegando l’attività di polizia al peggiore partner che si possa immaginare, la Libia e il suo stato fantasma.

Oggi è la guardia costiera libica, equipaggiata dall’Italia e dall’Europa, a farsi carico di fermare le imbarcazioni che cercano di approdare sulla riva settentrionale del Mediterraneo e riportare i migranti in Libia, dove secondo Human rights watch sono sottoposti a condizioni di detenzione “degradanti” e “inumane” o consegnati a veri mercanti di schiavi. All’inizio dell’anno cinquanta ong hanno firmato una lettera aperta accusando l’Europa di essere complice di questo orrore.

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Nel frattempo la Libia è ripiombata nella guerra civile e i migranti subsahariani si ritrovano bloccati in un paese in guerra.

Quella che da un capo all’altro del vecchio continente continuiamo a chiamare “crisi migratoria” è in realtà una crisi degli stati, dei partiti e dell’opinione pubblica d’Europa davanti al problema dei migranti. Le cifre, infatti, non sono più quelle di un’invasione, con appena 1.950 sbarchi in Italia dall’inizio dell’anno.

Dopo l’innegabile ondata del 2015 il problema è diventato un tema politico che nessuno vuole più affrontare, accettando di chiudere un occhio davanti a questa tragedia. L’Europa, chiudendo la porta a chiave, sta perdendo la sua anima.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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