Durante il vertice Brics a Johannesburg, Sudafrica, 26 luglio 2018. Da sinistra, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il presidente russo Vladimir Putin. (Gianluigi Guercia, Reuters/Contrasto)

Il vertice dei paesi emergenti in Brasile non fa scalpore

Durante il vertice Brics a Johannesburg, Sudafrica, 26 luglio 2018. Da sinistra, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il presidente russo Vladimir Putin. (Gianluigi Guercia, Reuters/Contrasto)
13 novembre 2019 11:16

È un club chiuso, tanto quanto il G7 delle vecchie potenze industriali che si sono riunite a fine agosto a Biarritz. La differenza è che i Brics – acronimo che indica Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – sono potenze emergenti di quattro diversi continenti (anche se per la Russia sarebbe meglio dire “riemergente”). I leader di questi cinque paesi si ritrovano per due giorni a Brasilia per un vertice che sicuramente farà meno scalpore di quello del G7.

Il concetto è emerso all’inizio degli anni duemila, stranamente all’interno di una banca d’affari, Goldman Sachs, prima di diventare una realtà geopolitica. Un analista aveva trovato diversi punti in comune tra questi mercati non occidentali in grande crescita, e aveva creato l’acronimo.

Rapidamente (troppo rapidamente) abbiamo pensato che i Brics rappresentassero un’alternativa al capitalismo globalizzato e che potessero cambiare le regole del gioco. Gli stessi paesi che fanno parte del club hanno alimentato questa idea creando una banca per lo sviluppo e moltiplicando i progetti di cooperazione sud-sud in tutti gli ambiti. Ma la verità è che i Brics non avevano né la capacità né la visione condivisa per ricostruire il mondo.

I motivi di questo fallimento sono essenzialmente due. Il primo nasce dalle contraddizioni tra i paesi del gruppo. Se inizialmente potevano esistere diversi punti in comune tra il Brasile di Lula, il Sudafrica postapartheid, la Cina emergente ma ancora modesta, l’India governata dalla sinistra e la Russia di Putin, oggi, con Bolsonaro in Brasile o i nazionalisti indù al potere a New Delhi, le differenze sono palesi, anche se restano ragioni a sufficienza per ritrovarsi ogni anno.

Gli oltre cento miliardi di dollari di scambi commerciali annui hanno spinto Bolsonaro a riconciliarsi con Pechino

Il secondo motivo è legato all’enorme peso assunto dalla Cina (con le relative ambizioni) all’interno del gruppo. Pechino ha sviluppato una sua strategia mondiale con le nuove vie della seta in tutti i continenti. I Brics, per Pechino, sono solo uno degli assi della sua affermazione globale.

Oggi la Cina sta tentando da sola di ridefinire le regole globali, mentre il Brasile o l’India si accontentano di avere un posto a tavola e diffidano del gigante cinese.

Questo è il primo vertice dei Brics dopo l’avvento di Bolsonaro al potere, e non è ancora chiaro se il governo brasiliano intenda allinearsi con gli Stati Uniti di Donald Trump o se invece conserverà un briciolo di autonomia.

Il rapporto tra Brasile e Cina offre una prima risposta. Durante la campagna elettorale Bolsonaro aveva violentemente attaccato Pechino, ripetendo lo slogan “La Cina non compra in Brasile, la Cina compra il Brasile”. Ma a quanto pare gli interessi economici sono più forti di qualsiasi considerazione, e gli oltre cento miliardi di dollari di scambi commerciali annui tra i due paesi hanno spinto Bolsonaro a riconciliarsi con Pechino alla vigilia del vertice. Per questo il governo brasiliano accoglierà Xi Jinping con tutti gli onori. La Cina, tra l’altro, spera che Huawei possa gestire l’avvento del 5g in Brasile, cosa che senz’altro non piacerà a Washington.

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A quanto pare non si tratta più di far saltare il banco, ma solo di riequilibrare i rapporti di forza nel mondo dopo la fine della preponderanza occidentale. Il sogno iniziale è diventato una realtà estremamente pragmatica.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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