Il leader del partito Blu e bianco, Benny Gantz, a una conferenza stampa, Tel Aviv, Israele, 20 novembre 2019. (Oded Balilty, Ap/Ansa)

La politica israeliana è in un vicolo cieco

Il leader del partito Blu e bianco, Benny Gantz, a una conferenza stampa, Tel Aviv, Israele, 20 novembre 2019. (Oded Balilty, Ap/Ansa)
21 novembre 2019 11:16

Gli israeliani rischiano di dover votare per la terza volta in un anno nel tentativo di uscire dall’impasse politica in cui si trovano. Il 20 novembre Benny Gantz, capo dell’opposizione, ha rinunciato a formare un governo, come aveva già fatto Benjamin Netanyahu prima di lui. È la prima volta nella storia che i due principali leader politici israeliani non riescono a trovare una maggioranza.

Israele vive le stesse difficoltà di molti altri paesi: erosione dei grandi partiti e frammentazione politica, in questo caso accentuata dal sistema proporzionale. Ma c’è anche una specificità tutta israeliana, con una società estremamente divisa che oggi impedisce la nascita di coalizioni stabili.

Poi c’è la personalità di Netanyahu, ancora incaricato di gestire gli affari correnti benché per due volte abbia fallito la missione di creare una coalizione di governo. Le elezioni israeliane continuano a essere un referendum “pro” o “contro” Netanyahu, il suo lungo regno e la sua etica discutibile. La risposta delle ultime due votazioni è stata “contro” Netanyahu, ma senza che questo concedesse al suo rivale i mezzi per governare.

Il risultato della frammentazione è l’impossibilità di formare una maggioranza attorno a una visione comune

La frammentazione dell’elettorato israeliano non ha eguali in altre aree del mondo. Nel giro di metà secolo gli israeliani sono passati dalla classica divisione tra destra e sinistra a un puzzle in cui i partiti ultrareligiosi o ultralaici, i partiti arabi, i rappresentanti dei coloni, i nazionalisti e i sopravvissuti della sinistra si contendono i voti.

Il risultato è l’impossibilità di formare una maggioranza attorno a una visione comune. Benny Gantz, ex capo dello stato maggiore che propone un’alternativa centrista, gode del sostegno passivo dei parlamentari della lista araba, piazzatasi al terzo posto. Ma questo sostegno è la ragione del rifiuto di Avigdor Lieberman, personaggio decisivo per formare qualsiasi coalizione. Per l’ex ministro della difesa, infatti, gli arabi israeliani sono “una quinta colonna”… Al contempo Lieberman, la cui posizione è nettamente di destra, detesta troppo Netanyahu per lavorare di nuovo con lui.

Resta la possibilità di un’unione nazionale tra Netanyahu e Gantz, ma finora gli incontri tra i due leader non hanno permesso questo matrimonio inevitabilmente traballante.

Venticinque anni fa, paradossalmente, la vita politica israeliana era molto più legata al confronto rispetto a oggi. Era l’epoca degli accordi di Oslo con i palestinesi, e la scelta era esistenziale: la pace senza i territori con Yitzhak Rabin o l’assenza di concessioni territoriali con Netanyahu. Sappiamo come è andata a finire.

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Oggi la questione palestinese è del tutto assente dai dibattiti politici, anche se non è del tutto scomparsa, come dimostrano la miniguerra con Gaza della settimana scorsa o la decisione degli Stati Uniti di non considerare più come illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. In questo momento gli israeliani si comportano come se l’assenza di una soluzione possa far sparire il problema, e l’argomento non è più un tema elettorale.

Intanto gli elettori si domandano perché la loro società politica sia bloccata. Ed è difficile immaginare che la popolazione possa cambiare idea con una terza votazione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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