Un soldato francese durante un’operazione a Ndaki, nella regione di Gourma, in Mali, il 28 luglio 2019. (Benoit Tessier, Reuters/Contrasto)

L’Europa aumenta la presenza nel Sahel per affrontare i gruppi jihadisti

Un soldato francese durante un’operazione a Ndaki, nella regione di Gourma, in Mali, il 28 luglio 2019. (Benoit Tessier, Reuters/Contrasto)
22 novembre 2019 14:30

Dopo l’intervista concessa dal presidente francese Emmanuel Macron all’Economist è arrivata quella della ministra delle forze armate Florence Parly sul Financial Times. Il concetto espresso è sempre lo stesso: l’Europa deve fare pratica per diventare una potenza.

La ministra francese è in visita in Africa per diffondere il suo messaggio e invitare i paesi dell’Unione europea a partecipare più attivamente alle operazioni militari contro i jihadisti nella zona del Sahel. Secondo Parly quello che sta accadendo in quest’area del pianeta rappresenta “una minaccia diretta per gli interessi europei”, con la costituzione di un “vero santuario terrorista” alle porte dell’Europa.

L’insistenza sulla minaccia per l’Europa non è un caso. La crisi di sicurezza nei paesi del Sahel richiede uno sforzo maggiore, soprattutto per formare gli eserciti africani che al momento sono ancora lontani dal poter affrontare i gruppi jihadisti. Inoltre quello del Sahel è un caso emblematico di un’azione militare degli europei fuori del quadro della Nato, che secondo Macron sarebbe in stato di “morte cerebrale”.

Alcuni stati europei sono già presenti al fianco della Francia in Sahel: i britannici con gli elicotteri Chinook e i tedeschi con oltre mille effettivi sul campo per portare avanti obiettivi formativi, così come i cechi. Il mese scorso il parlamento danese ha autorizzato l’invio di due elicotteri da trasporto e 70 uomini che saranno di stanza in Mali.

La Francia mantiene la principale forza militare nella regione, ma corre il rischio di disperdersi in un territorio troppo esteso

Tuttavia nelle ultime settimane è emerso fino a che punto i gruppi jihadisti siano attivi in una zona molto vasta a cavallo tra diversi stati. Le truppe del “G5 Sahel”, il gruppo di paesi della regione (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad) non sono ancora capaci di affrontare autonomamente il nemico. L’appello di Parly è rivolto agli europei, per migliorare la formazione di queste truppe.

Con circa 4.500 uomini nell’ambito dell’operazione Barkhane, la Francia mantiene la principale forza militare nella regione, ma corre il rischio di disperdersi in un territorio troppo esteso e soprattutto di essere percepita come una forza d’occupazione a causa del suo passato coloniale. La sindrome afgana non è mai troppo lontana.

Ostacoli numerosi
Siamo davanti a un test per l’Europa della difesa, o almeno questo è ciò che ha suggerito la ministra francese. Parly, tra le altre cose, ha smorzato leggermente le dichiarazioni di Macron sottolineando che gli sforzi europei in materia di difesa non contraddicono gli impegni presi nel quadro della Nato.

Poco più di un anno fa la Francia ha lanciato l’iniziativa d’intervento europea, una sorta di Europa della difesa (sulla carta) che conta 14 componenti sui 28 stati dell’Unione. Di recente anche l’Italia ha deciso di partecipare. Tra i membri del gruppo c’è il Regno Unito, che dovrebbe lasciare l’Unione ma continuerà a partecipare all’iniziativa per preservare gli importanti legami con Londra sulla difesa.

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Restano ancora molti ostacoli da superare prima di poter veramente parlare di una difesa europea. Ma dopo l’elettroshock delle dichiarazioni di Macron, la ministra Parly ha deciso di tendere la mano ai suoi colleghi. È un modo per concretizzare un’azione comune, nel tentativo di mettere in moto il progetto di una difesa europea anziché portare avanti all’infinito le discussioni teoriche.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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