Turisti a Hong Kong, il 20 agosto 2019. (Gregor Fischer, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

Smettiamo di regalare i nostri dati personali

Turisti a Hong Kong, il 20 agosto 2019. (Gregor Fischer, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
20 dicembre 2019 14:30

Quando parliamo della sorveglianza sui dati personali pensiamo prima di tutto alla Cina, che ha spinto agli estremi l’uso della tecnologia da parte delle forze dell’ordine, oppure a Edward Snowden, che ha rivelato la portata dell’ingerenza dei servizi degli Stati Uniti.

Ma in una splendida inchiesta pubblicata il 19 dicembre, il New York Times racconta un’altra dimensione dell’uso dei dati, in questo caso da parte di aziende private a cui concediamo, senza farci troppe domande, il diritto a sorvegliarci e tracciare ogni nostra attività. In altre parole, accettiamo di essere spiati.

Il quotidiano statunitense è stato contattato da un informatore che lavora per una di queste aziende, sconvolto da ciò a cui ha assistito. Il file su cui hanno lavorato i giornalisti contiene 50 miliardi di dati sull’attività di 12 milioni di cittadini statunitensi relative a un intervallo di pochi mesi, tra il 2016 e il 2017.

Precisione accurata
Cosa rivelano questi dati? Di tutto! Ogni azione compiuta da milioni di americani 24 ore al giorno, con la possibilità di identificarli individualmente attraverso i ripetuti passaggi a casa o sul luogo di lavoro.

Solo per fare un esempio, il New York Times ha identificato un funzionario del ministero della difesa che ha partecipato a una manifestazione contro Donald Trump nel giorno della sua investitura, a cui era presente anche la moglie. Senza troppi sforzi, il giornale ha potuto isolare le informazioni partendo dai dati sui manifestanti raccolti attraverso i loro telefoni.

La precisione dei dati è talmente accurata che il quotidiano ha potuto stabilire, senza troppe difficoltà, chi ha fatto visita a Johnny Depp o ad Arnold Schwarzenegger o chi ha passato la notte a Los Angeles nella villa di Playboy, mitica residenza del fondatore della rivista.

Non abbiamo alcuna consapevolezza della quantità di tracce che lasciamo sul nostro cammino

È facile immaginare l’uso che si potrebbe fare di questi dati, a fini di estorsione o classico spionaggio. Le aziende che controllano i dati si limitano a sfruttarli per scopi commerciali, per indirizzare meglio gli annunci pubblicitari, e giurano che il settore è “pulito”. Ma nessuno ci obbliga a credergli.

Questa inchiesta ci racconta prima di tutto che non abbiamo alcuna consapevolezza della quantità di tracce che lasciamo sul nostro cammino. In questo caso parliamo degli smartphone, non delle telecamere di sorveglianza o dei pagamenti elettronici.

Queste informazioni costituiscono un’intrusione clamorosa nella nostra intimità, nella nostra vita privata o professionale. Siamo noi a consentirlo, cliccando su “accetta” quando ci vengono presentate condizioni di utilizzo dei vari servizi che spesso evitiamo di leggere.

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Come sottolinea il New York Times, se lo stato ci chiedesse di indossare costantemente un apparecchio capace di tracciare tutti i nostri movimenti reagiremmo con sdegno. Ma è precisamente ciò che facciamo, a beneficio di persone che nemmeno conosciamo. Si chiama schiavitù volontaria.

L’obiettivo dell’inchiesta del New York Times è quello di farci prendere coscienza e pretendere di riacquistare il controllo sui nostri dati personali. È la grande sfida del ventunesimo secolo, ampiamente sottovalutata.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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