06 novembre 2020 10:08

Gli avversari degli Stati Uniti esultano, ma non sono i soli. Buona parte del mondo assiste, sbalordita, al complicato spoglio dopo le elezioni presidenziali. Grazie alla Cnn, ognuno di noi è diventato un esperto della mappa dei distretti della Pennsylvania o dell’Arizona.

La suspense elettorale non è una novità negli Stati Uniti. L’ultimo esempio è stata la sfida tra George W. Bush e Al Gore, nel 2000. Ma un presidente che rivendica prematuramente la vittoria e alimenta il sospetto su un processo democratico in corso è qualcosa di mai visto e assolutamente deleterio per il principio stesso della democrazia.

Con un’ironia involontaria, l’ambasciata degli Stati Uniti in Costa d’Avorio ha emanato un comunicato nella giornata del 4 novembre, dopo elezioni locali contestate dall’opposizione, invitando i leader del paese a “mostrare il proprio attaccamento nei confronti del processo democratico e dello stato di diritto”. Le stesse parole potrebbero applicarsi agli Stati Uniti.

Cavalcare la rabbia
In discussione c’è il modello americano o Donald Trump? La domanda è complicata… Siamo evidentemente davanti a una crisi del modello americano, che a sua volta ha permesso l’ascesa al potere di una persona come Trump. Nel 2016 l’attuale presidente aveva incarnato il sentimento antisistema affrontando Hillary Clinton, simbolo di una democrazia in mano alle élite. L’aspetto più incredibile è che, dopo quattro anni al potere, Trump è riuscito a conservare se non addirittura ad allargare la sua base elettorale, continuando a cavalcare la rabbia.

Le divisioni degli Stati Uniti si ritrovano su scala mondiale e contribuiscono all’erosione del potere d’attrattiva di un modello che in passato è stato fonte di ispirazione.

Il soft power, ovvero l’influenza di un paese e di una società al di là della sua forza militare o economica, è stato a lungo un asso nella manica degli Stati Uniti. Oggi è palesemente in difficoltà.

È giusto ricordare la storia della diffusione del modello americano. Lettura obbligata in questo momento, La democrazia in America di Alexis de Tocqueville raccontava già nel 1831 un sistema democratico che era all’opposto rispetto al giacobinismo francese.

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Trent’anni più tardi, nel 1865, il giovane Georges Clemenceau, artefice del trattato di Versailles che chiuse la prima guerra mondiale, sbarcava a sua volta negli Stati Uniti “per capire come un popolo resosi libero possa conservare la sua libertà”. Clemenceau restò nel paese per quattro anni e inviò diversi articoli al quotidiano Le Temps, raccolti nelle sue _Lettres d’Amér__ique_ che sono appena state pubblicate.
Nella sua prefazione all’opera, il professore di Yale Bruce Ackerman sottolinea che “l’America oggi ha disperatamente bisogno di un altro Clemenceau o di un Martin Luther King. Sono solamente uomini e donne di questo calibro a poter resistere alle pretese autoritarie di Donald Trump”.

Ma servirà più di una sconfitta elettorale di Trump per ridare smalto alla democrazia americana e soprattutto restituirle la sua capacità di risplendere agli occhi del mondo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)