26 febbraio 2021 09:58

È senza dubbio il cambio di rotta più netto deciso da Joe Biden in politica estera rispetto al suo predecessore. Il simbolo della svolta è la vicenda di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita assassinato in modo atroce all’interno del consolato saudita di Istanbul nel 2018.

Donald Trump aveva “coperto” l’Arabia Saudita impedendo che fosse resa pubblica una nota redatta dai servizi segreti sull’omicidio. Biden ha deciso di desecretarla. La nota assegna la responsabilità diretta del crimine al principe ereditario Mohammed bin Salman. Non c’erano grossi dubbi, ma una cosa è “sapere” e un’altra è avere una nota ufficiale e un presidente disposto a diffonderla.

Biden ha tratto una conclusione politica: non vuole relazionarsi direttamente con il principe, vero capo del paese, ma preferisce rivolgersi al vecchio re Salman, indebolito e poco coinvolto negli affari del regno. Considerando i legami stretti tra Stati Uniti e Arabia Saudita in tutti i campi, si tratta di un cambiamento cruciale.

La partita della successione saudita
Biden segue una via piuttosto stretta: non rompe l’alleanza con Riyadh ma ne ridefinisce i contorni. Il presidente ha già sospeso le consegne di armi al regno a causa della guerra in Yemen, e rifiuta di riconoscere il principe. I due elementi sono legati, perché è proprio Mohammed bin Salman ad aver scatenato la guerra catastrofica in terra yemenita.

Biden vuole influire sulla successione alla guida del regno wahabita? Al momento non sembra voler arrivare a tanto, ma le voci di una tensione all’interno della famiglia reale si susseguono regolarmente, e il principe ereditario si è mostrato inflessibile con i membri della sua famiglia che non gli sono leali.

Bisogna considerare anche un cambiamento strategico regionale contro l’Iran

I rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita sono stati tra i punti saldi della presenza statunitense in Medio Oriente dopo il patto di Quincy tra il re Ibn Saud e Franklin Roosevelt, nel 1945. Da allora la relazione ha vissuto alti e bassi, ma in questo caso possiamo parlare di una ridefinizione.

Tra la motivazioni di Biden non bisogna sottovalutare la questione Khashoggi. A tal proposito è illuminante The dissident, uno splendido documentario di Bryan Fogel, che ripercorre il calvario del giornalista del Washington Post. Il film rivela le trascrizioni delle intercettazioni dei servizi turchi all’interno del consolato, in particolare nel momento della morte del giornalista. È un momento quasi insostenibile, e dopo aver visto il documentario è difficile stringere la mano dell’uomo che ha ordinato quell’atto abominevole.

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Ma bisogna considerare anche un cambiamento strategico regionale, con l’alleanza di fatto tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele contro l’Iran, nel momento in cui Biden sta cercando con difficoltà di resuscitare l’accordo sul nucleare con Teheran.

Non siamo ancora arrivati a un Medio Oriente postamericano, ma trasformando la vicenda Khashoggi in una vicenda in cui al centro c’è il principe, Biden ha prodotto un’onda d’urto dalle conseguenze incalcolabili. È un piano audace e rischioso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)