13 maggio 2021 10:08

La diplomazia statunitense si è rimessa in moto. L’intensificarsi dello scontro tra Hamas e Israele non ha lasciato scelta all’amministrazione Biden, che di sicuro non aveva inserito la questione israelo-palestinese tra le sue priorità.

Gli Stati Uniti sono gli unici in grado di avere un impatto sul conflitto, diversamente dall’Europa o dalle Nazioni Unite, soprattutto considerando che Joe Biden è tornato a una dottrina più classica dopo gli anni di Donald Trump: sostegno a Israele nelle avversità, ma con alcuni limiti.

Un portavoce di Washington cercherà di ottenere un cessate il fuoco per evitare una guerra lunga settimane, come accaduto nel 2014. L’amministrazione Biden ha già cominciato a interpellare Benjamin Netanyahu, ma il primo ministro israeliano, che al momento si occupa degli affari correnti in mancanza di una maggioranza, ribadisce di voler distruggere Hamas. Questo atteggiamento lo favorisce politicamente, ma è anche in linea con l’opinione pubblica israeliana aizzata dagli ultimi eventi.

Il negoziato è avviato
Per contattare Hamas gli statunitensi cercheranno la mediazione dell’Egitto o dell’Autorità palestinese di Abu Mazen, che però è fuori gioco. Servirà del tempo, ma il negoziato è avviato.

Le guerre hanno la loro logica, all’inizio e alla fine. Hamas è pronto a fermarsi dopo aver lanciato un messaggio politico attraverso il lancio di razzi nel tentativo di imporre la sua leadership nel movimento palestinese. Sul fronte israeliano la situazione è meno chiara, perché non può esistere un compromesso dopo i fatti degli ultimi tre giorni. Netanyahu vuole assestare un duro colpo al movimento islamista a Gaza prima di valutare la possibilità di un cessate il fuoco, anche per non perdere definitivamente credito politico nel paese.

Ma in questo momento la vera domanda da porsi è un’altra: cosa accadrà dopo? Al termine di questa guerra che non somiglia a nessuna delle crisi precedenti e che oppone lo stato ebraico a tutte le componenti della società palestinese (i giovani di Gerusalemme, gli islamisti di Gaza ma anche, per la prima volta, i cittadini arabi di Israele che vivono nelle città miste come Lod, Ramleh o Saint Jean-d’Acre), come si potrà vivere fianco a fianco?

È un interrogativo senza risposta, perché israeliani e palestinesi non possono né vivere insieme né separarsi. Le cancellerie occidentali evocano come un rituale la soluzione dei due stati, ma oltre cinquant’anni di colonizzazione hanno creato una realtà insormontabile che rende impossibile la nascita di uno stato palestinese.

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L’alternativa è quella di uno stato unico, ma gli israeliani ebrei non accetteranno mai una situazione in cui diventerebbero una minoranza. E uno stato comune in cui la maggioranza non ha alcun diritto è già esistito in passato: il Sudafrica dell’apartheid.

Se il Medio Oriente si trovasse nelle Alpi sarebbe la Svizzera, con la sua costituzione confederale, i suoi cantoni e la sua divisione del potere nazionale. Ognuno potrebbe gestire la propria società, con il proprio stile di vita, le proprie tradizioni e la propria polizia. Anche i religiosi di tutte le fedi avrebbero il loro spazio.

Ma il Medio Oriente non è la Svizzera. I diplomatici non hanno ancora trovato la formula miracolosa della coabitazione. Il rischio, oggi, è che in mancanza di un’alternativa il cessate il fuoco si riveli solo un interludio tra due periodi di guerra.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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