08 luglio 2021 10:02

Nella storia sono rari gli omicidi dei capi di stato che non siano stati seguiti da un tentativo di golpe. Jovenel Moïse, presidente di Haiti, è stato ucciso il 6 luglio in piena notte da un commando straniero probabilmente composto da mercenari. La moglie, Martine Marie Etienne Joseph, è stata gravemente ferita. Poi non è successo più nulla.

Il paese, già destabilizzato, si trova così davanti al vuoto. Innanzitutto è un vuoto istituzionale, visto che il primo ministro incaricato Ariel Henry non ha ancora prestato giuramento, perché il parlamento non esiste più dal 2019 e perché il presidente della corte di cassazione, che dovrebbe assicurare l’interim in caso di vuoto di potere, è morto di covid-19. Ma è anche un vuoto di spiegazioni, perché ancora non si sa chi abbia voluto l’omicidio di Moïse.

Di sicuro c’è che a Moïse non mancavano i nemici, magari non intenzionati a ucciderlo ma comunque desiderosi di vederlo uscire di scena. Da due anni Haiti è scossa da manifestazioni che accusavano il presidente di essere coinvolto in uno scandalo che riguarda le importazioni di petrolio. Dal 7 febbraio l’opposizione riteneva che il mandato di Moïse fosse terminato.

Incertezza totale
Un luogo comune scontato ma ricorrente parla di una “disgrazia” o di una “maledizione” haitiana, come se fosse una spiegazione sufficiente. È chiaramente assurdo.

Resta il fatto che in oltre due secoli d’indipendenza – nel 1804 Haiti è stata la prima repubblica nera indipendente della storia, dopo una rivolta di schiavi contro l’esercito di Napoleone – il paese non ha mai trovato il suo equilibrio e il suo sistema di governo. Haiti non è stata aiutata né dalle potenze straniere – nel diciannovesimo secolo la Francia le ha fatto pagare fino all’ultimo centesimo la compensazione per i proprietari di schiavi, mentre gli Stati Uniti hanno occupato il paese per vent’anni del novecento – né dalla natura: ricordiamo il sisma del 2010 che ha provocato 230mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, seguito sei anni dopo da un uragano devastante.

Paese più povero delle Americhe, Haiti ha conosciuto le dittature (come quelle dei Duvalier padre e figlio per trent’anni), i regimi pseudodemocratici e i governi incompetenti e corrotti, di cui Moïse è stato solo l’ultima incarnazione.

Il fallimento dello stato haitiano è anche il fallimento della comunità internazionale

L’omicidio del presidente crea un clima di incertezza totale. A febbraio Moïse aveva fatto arrestare numerosi oppositori, tra cui un giudice della corte di cassazione che ne chiedeva l’allontanamento e reclamava la scrittura di una nuova costituzione.

L’eliminazione di Moïse in queste condizioni, però, appare poco favorevole a un’evoluzione come quella rivendicata dalla società civile in un movimento haitiano che ricorda le recenti rivolte sociali in Cile o in Libano.

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Il fallimento dello stato haitiano è anche il fallimento della comunità internazionale, che non è stata all’altezza quando ha dichiarato di voler aiutare Haiti nel 2010. Il regista haitiano Raoul Peck aveva denunciato le promesse non mantenute in un documentario dal titolo implacabile: Assistence mortelle, assistenza mortale.

Ma allora cosa possono sperare oggi gli haitiani? Che l’elettroshock di quest’omicidio e la paura del vuoto permettano di “fare nazione” laddove nessuno ci crede più? È una speranza improbabile, soprattutto quando non si sa ancora chi abbia ucciso il presidente.

(Traduzione di Andrea Sparacino)