07 gennaio 2022 09:35

Vladimir Putin era già impegnato in un’operazione ad alto rischio in Ucraina, con un dispiegamento massiccio di truppe e un negoziato in programma nei prossimi giorni con gli Stati Uniti e la Nato. Ora però è esplosa un’altra crisi alle sue porte: il 6 gennaio la Russia ha dovuto inviare tremila paracadutisti in Kazakistan per aiutare un regime amico a salvarsi da una rivolta popolare.

Questo significa che Putin è impegnato simultaneamente su due “fronti”, a rischio di trovarsi indebolito proprio nel momento in cui cerca di ottenere dagli occidentali quelle che definisce “garanzie di sicurezza”, e che all’atto pratico consistono nel riconoscimento di una zona d’influenza della Russia. Il presidente russo pensava di essere in posizione di forza, ma improvvisamente sembra trovarsi al centro di una regione la cui instabilità, un giorno, potrebbe coinvolgere anche la Russia.

Gli eventi in Kazakistan ci ricordano che il mondo ex sovietico è sempre in fibrillazione. Nell’estate del 2020 è toccato alla Bielorussia, con le elezioni presidenziali alterate dal dittatore Aleksandr Lukašenko e le contestazioni durate mesi e represse da Putin per salvare il regime. Poi c’è stata la guerra tra Armenia e Azerbaigian, in cui la Russia ha dovuto ancora una volta inviare le sue truppe per separare i belligeranti. Ora è il turno del Kazakistan.

Per giustificare il ricorso all’alleanza militare regionale guidata dalla Russia, il presidente del Kazakistan ha parlato di “aggressione terrorista” di ispirazione straniera. Anche Mosca ha tirato in ballo influenze dall’estero, citando addirittura George Soros, il filantropo americano odiato dagli autocrati. Naturalmente nessuno ha presentato la minima prova a sostegno di un coinvolgimento straniero nella rivolta, che dura da cinque giorni e ha già provocato decine di morti.

La “mano straniera” somiglia molto a una copertura per un intervento militare destinato a sedare una rivolta. Questo sollevamento ha in realtà cause interne piuttosto semplici: il detonatore è l’aumento del prezzo della benzina, che ha fatto emergere rivendicazioni politiche di lunga data.

Sindrome sovietica
Il Kazakistan è un paese immenso – cinque volte più grande della Francia, seppur con un quarto degli abitanti – ha un sottosuolo molto ricco ed è governato da trent’anni con il pugno di ferro da un solo uomo, il potente Nursultan Nazarbaev, che ha lasciato la presidenza nel 2019 ma ha mantenuto il controllo dello stato guidando il Consiglio nazionale della sicurezza.

Il suo successore, Qasym-Jomart Toqaev, ha promesso riforme politiche che non ha mai avviato, e oggi ne paga il prezzo in termini di malcontento della popolazione.

Ma allora perché Putin è intervenuto? Esiste una sindrome che colpisce i governi dei paesi ex sovietici: la forza della folla che abbatte le statue (il 5 gennaio è toccato a quella di Nazarbaev) finisce solitamente per rovesciare i regimi, come accaduto in Ucraina e in Armenia.

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Lasciare che questo processo facesse il suo corso in un paese importante come il Kazakistan avrebbe inviato un pessimo segnale alla popolazione russa. Il 6 gennaio le voci dell’opposizione russa prevedevano di subire un nuovo giro di vite per scongiurare qualsiasi possibilità di contagio della “malattia” che ha colpito il Kazakistan.

Ma soprattuto Putin vuole restare il padrone nella “sua” zona d’influenza prima di negoziare con gli Stati Uniti. Il problema è che la sua tesi sulle garanzie di sicurezza risulta indebolita da questo nuovo intervento contro una rivolta: è evidente che sono i popoli ad aver bisogno di sicurezza, non gli autocrati.

(Traduzione di Andrea Sparacino)