23 giugno 2022 10:01

È uno degli effetti collaterali della guerra in Ucraina: il conflitto rende urgente il tema dell’allargamento dell’Unione europea, costringendo i 27 a ripensare l’organizzazione del continente.

Dopo la stesura del trattato di Roma, nel 1957, con sei firmatari, la Comunità europea (poi diventata Unione) non ha mai smesso di espandersi, fatta eccezione per la clamorosa uscita di scena del Regno Unito. Il processo di adesione è lungo e laborioso, e a volte può rivelarsi infruttuoso, come nel caso della Turchia. Il meccanismo è complesso già in tempi normali, e diventa impossibile in un contesto segnato dalla guerra e dagli stravolgimenti strategici.

Il Consiglio europeo che si riunisce il 23 e il 24 giugno a Bruxelles affronterà questo tema, cominciando dal punto che sembrava più difficile, ma che alla fine si è rivelato il più consensuale: è giusto concedere all’Ucraina e alla Moldova lo status di candidato all’ingresso nell’Unione? Fino a dieci giorni fa i 27 erano divisi, ma a sorpresa si prevede che saranno tutti d’accordo in occasione del vertice.

Una scelta, molti interrogativi
Si tratta soprattutto di un passo politico, perché la vita dell’Ucraina non cambierà dopo questo via libera. In ogni caso il gesto è comunque importante e fa capire alla Russia che l’Ucraina ha scelto il suo destino e ha deciso di procedere verso ovest e non verso la “sfera d’influenza” in cui vorrebbe riportarla Vladimir Putin.

Ma la scelta dell’Ucraina, appoggiata fin dall’inizio da diversi paesi dell’Europa orientale e a cui si sono allineati anche quelli occidentali, solleva altri interrogativi.

L’idea di Macron di una comunità politica europea suscita reticenza e interesse

Prima di tutto emerge il tema dei paesi candidati (o candidati alla candidatura) dei Balcani occidentali. La regione è cruciale per l’Europa, un vero “ventre molle” strategico in cui operano Russia, Cina e Turchia. La fragilità di quest’area minaccia la stabilità del continente.

Quando s’imprime un’accelerata alla procedura relativa all’Ucraina, dunque, non si possono dimenticare i Balcani, in cui molti paesi si trovano in situazioni complicate: la Bosnia Erzegovina rischia l’implosione, la Macedonia del Nord è tenuta in ostaggio dalle peripezie politiche bulgare e la Serbia, pur candidata, ha un’opinione pubblica vicina alla Russia. La questione non è affatto semplice.

Davanti a questa complessità, un’idea si sta facendo strada in forme diverse: è quella che Emmanuel Macron ha chiamato comunità politica europea e che è stata ripresa, con una serie di varianti, dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel e dal leader del Partito democratico italiano Enrico Letta. Si tratta di una “piattaforma di collaborazione”, secondo la formula usata a Bruxelles, che permetterebbe di associare all’Unione i paesi che non possono ancora (o non vogliono ancora) aderire.

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L’idea suscita al contempo reticenza e interesse: reticenze di chi vi vede un vagone di seconda classe del treno europeo; interesse di chi la ritiene una soluzione immediata, per quanto limitata, a problemi che l’allargamento risolverebbe solo a lungo termine. Durante il vertice di Bruxelles non sarà presa una decisione in merito. Al massimo arriverà un segnale politico favorevole.

Lo status di candidato dell’Ucraina, invece, farà capire che l’Unione europea è prima di tutto una comunità di destini, dunque chi si riconosce nei suoi valori troverà il suo posto. Ma oltre il messaggio politico bisognerà concordare soluzioni istituzionali nuove, in un contesto inedito.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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