07 ottobre 2022 09:38

Prima di tutto un po’ di storia. Il 14 febbraio 1945 il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt rientrava dalla conferenza di Jalta, in Crimea, dove aveva incontrato Stalin e Churchill per disegnare il mondo del dopoguerra. Quel giorno la nave su cui viaggiava, il Quincy, ricevette una visita insolita, quella del re Ibn Saud, fondatore della dinastia ancora oggi al potere in Arabia Saudita. Quell’incontro produsse il “patto del Quincy”, uno scambio tra il petrolio saudita e la protezione statunitense e uno dei pilastri fondativi della seconda metà del ventesimo secolo, l’epoca dell’oro nero.

Il patto del Quincy è essenziale per comprendere quello che accade oggi, con lo schiaffo che i leader sauditi hanno inflitto a Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti, per cui Washington non nasconde la propria irritazione e prepara contromisure.

L’Arabia Saudita, alleato storico degli Stati Uniti, ha scelto di anteporre i legami con la Russia all’interno del cartello dei paesi esportatori di petrolio, l’Opec+, rispetto alle richieste di Washington. Il 5 ottobre i paesi dell’Opec+ hanno deciso di ridurre le quote di produzione di petrolio per mantenere alto il prezzo del barile di greggio, attorno ai cento dollari, in piena guerra ucraina e in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi dell’energia.

Spartiti diversi
In questa vicenda troviamo due aspetti cruciali. Prima di tutto la dimensione petrolifera: dall’inizio della guerra in Ucraina i paesi produttori di petrolio ottengono guadagni da record grazie all’aumento dei prezzi. Questi paesi non vogliono ridurre i loro introiti in una fase in cui la richiesta di petrolio globale sta calando a causa del rallentamento dell’attività produttiva, soprattutto in Cina. Ridurre le quote di produzione fa salire il prezzo del petrolio. È quello che è accaduto il 6 ottobre.

Tre mesi fa Joe Biden si è recato in Arabia Saudita per chiedere ai leader sauditi di aumentare la produzione in modo da far scendere il prezzo durante la guerra in Ucraina. I produttori del Golfo, legati alla Russia all’interno dell’Opec+, hanno invece scelto di privilegiare i loro interessi e quelli della Russia, avversario degli Stati Uniti nel conflitto ucraino.

Il regno è tra le potenze medie o regionali che desiderano emanciparsi da qualsiasi tutela

Il secondo aspetto è il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Biden si è assunto un rischio politico recandosi in visita a Riyad a causa della posizione iniziale con cui aveva scelto di trattare come un paria il principe ereditario Mohamed Ben Salman, accusato di aver ordinato l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel 2018. Con la sua visita Biden ha voluto fare un passo indietro, ma non ha ottenuto i risultati sperati.

L’Arabia Saudita non ha rotto ufficialmente il suo patto con gli Stati Uniti, ma il regno appartiene al gruppo di potenze medie o regionali che vogliono emanciparsi da qualsiasi tutela sull’onda del caos geopolitico attuale. Riyad ha suonato il proprio spartito: legami ufficiosi molto stretti con Israele, un’intesa petrolifera con la Russia, scambi futuri con la Cina…

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I sauditi stanno traendo le loro conclusioni dal relativo disimpegno americano nella regione e da una protezione che giudicano insufficiente. Per questo scelgono di avvicinarsi ai paesi che non impartiscono lezioni sui diritti umani, sfruttando al massimo gli introiti petroliferi mentre il mondo si prepara a eliminare le energie fossili.

Nel corso di tutto il ventesimo secolo il petrolio è stato oggetto di battaglie epiche, dal dominio delle compagnie petrolifere occidentali al recupero delle ricchezze da parte degli stati. L’oro nero è stato causa di guerre, rivoluzioni, colpi di stato. Ancora oggi, quando pensavamo che fosse in declino, il petrolio innesca nuove crisi. Se c’è un insegnamento da trarre da questa vicenda è che bisogna accelerare l’abbandono dei combustibili fossili. Sarebbe una scelta salutare dal punto di vista politico e soprattutto un’ottima notizia per il pianeta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)