28 novembre 2022 10:25

Nessuno aveva previsto questa crisi. Sicuramente non l’aveva prevista Xi Jinping dopo la trionfale conclusione del ventesimo congresso del Partito comunista, che gli ha permesso di blindare il proprio potere alla guida del paese.

Xi non avrebbe mai potuto immaginare che appena due mesi dopo, in pieno centro di Shanghai o nel campus della prestigiosa università Tsinghua di Pechino (dove tra l’altro si è laureato), il suo nome sarebbe stato contestato e sarebbe stato chiesto al Partito comunista di farsi da parte. La scena si è ripetuta almeno in una cinquantina di altre università e in molte città del paese.

Per capire quanto siano audaci questi gesti, nati dall’esasperazione per le misure anticovid e dal desiderio di libertà, bisogna tenere presente che niente di simile era mai accaduto dopo la primavera del 1989, quando il movimento democratico di piazza Tiananmen fu represso nel sangue il 4 giugno. In tre decenni la Cina ha vissuto diverse contestazioni, ma mai di questa portata, soprattutto dopo l’avvento di Xi nel 2012.

Tragici risvolti
Il covid-19 ha trasformato la Cina in un mondo a parte. Rifiutandosi di accettare l’importazione dei vaccini occidentali che permettono al resto del pianeta di “convivere con il virus”, la Cina si è arroccata su una strategia “zero covid” che però non funziona più.

Oggi tutte le province cinesi sono coinvolte dalle misure restrittive. La popolazione è sottoposta a interminabili lockdown (già cento giorni a Urumqi, capitale dello Xinjiang) che sono applicati con zelo burocratico ai limiti dell’assurdo. Ma c’è anche un risvolto tragico. All’origine dell’esplosione della collera c’è infatti l’incendio di un edificio a Urumqi che ha provocato la morte di dieci persone. I residenti affermano che le restrizioni anticovid hanno impedito ai soccorsi di arrivare in tempo.

Pechino non esiterà a reagire se dovesse ritenere minacciato il suo potere

Questo dramma ha scatenato una tempesta, che a sua volta ha messo in evidenza un malessere sociale e identitario latente nei ranghi di una classe media delusa dalla chiusura delle frontiere, dal rallentamento dell’economia e da una sensazione di soffocamento.

Il governo cinese è alle prese con un dilemma: non vuole sconfessare la politica “zero covid”, ma al contempo non può tenere rinchiusa per sempre una popolazione che non resiste più. Il modo in cui la Cina uscirà da questa impasse condizionerà il futuro politico di questa crisi imprevista. Pechino cercherà di evitare una nuova Tiananmen, ma non esiterà a reagire se dovesse ritenere minacciato il suo potere.

In un paese dove non è tollerata nessuna opposizione organizzata, il contagio democratico spontaneo preoccupa il potere. Soprattutto il risveglio delle università, a cui contribuisce senza subbio l’alto tasso di disoccupazione tra i giovani laureati.

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La facciata armoniosa presentata dal Partito comunista cinese si è infranta sullo “zero covid”. Ora Pechino dovrà ricostruire un contratto sociale al di là degli slogan svuotati come “sogno cinese” o “prosperità comune”.

Ripetendo allo sfinimento che l’occidente è in declino e che il modello cinese è in piena ascesa, Xi pensava di aver allontanato la tentazione democratica che spaventa la Cina da oltre un secolo. Ma non è riuscito a cancellare ciò che Nathan Law, leader in esilio della rivolta di Hong Kong, ha definito con una formula efficace: “Il desiderio di uscire dalla gabbia e volare”. Difficile a questo punto far rientrare la popolazione nella gabbia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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