06 aprile 2017 14:16

Da dieci giorni sto da sola. Cioè, c’è un quindicenne in casa con me, e anche una diciannovenne, ma gli adolescenti vivono nelle loro camere, emergendone solo ogni tanto per annunciare che sono diventati vegetariani o che vogliono un poster dei Pink Floyd, quindi non è che siano di grande compagnia. E dopo un po’ mi accorgo che sono già diventata una persona diversa, che sono cambiata o forse regredita. Comincio ad avere un’idea della persona che sarei se fossi sempre sola.

Mi aggiro rumorosamente per casa anziché starmene nel mio solito angolo del divano a guardare la tv. Invece la guardo sul computer, seduta al tavolo della cucina, e la sera mi infilo sotto le lenzuola stropicciate del letto sfatto, riempiendo l’impronta che ho lasciato la sera prima. Come diceva Joni: The bed’s too big / The frying pan’s too wide (Il letto è troppo grande / la padella troppo larga).

Di solito è Ben che mette la musica che fa da colonna sonora costante in casa, e a me sta bene: è uno dei vantaggi di vivere con un dj. Ma ora tocca a me. Metto i Roxy Music, Solange, gli Elastica e Liza Minnelli, e poi attacco con Rickie Lee Jones, e ripenso a quand’ero ragazzina e ascoltavo Pirates, sempre con una sigaretta in bocca. Dopodiché guardo le otto ore di documentario su O.J. Simpson, le serie Mean streets e Catastrophe, e resto sveglia fino a tardi a leggere The red parts di Maggie Nelson.

Specchiarsi nell’altro
Vent’anni fa ho scritto una canzone intitolata Single, in cui mi chiedevo: And how am I without you? / Am I more myself or less myself? / I feel younger, louder / Like I don’t always connect… (E come sono senza di te? / Sono più me stessa o meno? / Mi sento più giovane, più rumorosa / spesso fuori fase). Ora mi faccio le stesse domande.

C’è una stranezza nello stare da soli, ti dà la sensazione di essere una persona più stramba di quanto pensassi. Stare in compagnia, o con un partner la maggior parte del tempo, comporta continui piccoli aggiustamenti e compromessi e ti costringe a cambiamenti impercettibili per adattarti agli altri. Smussi gli angoli, ti rispecchi nell’altro e finisci per somigliargli, e questo ti fa sentire normale. Ma quando non c’è nessuno che nota quello che fai, che mangi, che bevi o che guardi, e puoi fare le tue scelte da solo, cominci a chiederti se quelle scelte non siano un po’ strane.

Percepisco la rapidità con cui l’isolamento ti assale. Non ti senti più solo strano, ma anche invisibile

Nel suo libro The lonely city, Olivia Laing scrive di come la solitudine renda le persone più sensibili alle minacce sociali, più preoccupate della maleducazione e del rifiuto, cosa che inevitabilmente porta chi è solo a diventare ancora più isolato e diffidente. “Questo significa che più le persone stanno sole e meno sono capaci di navigare le correnti sociali. La solitudine cresce intorno a loro, come un’ingessatura o una pelliccia, un profilattico che inibisce il contatto…”.

Tutto questo non mi succederà in dieci giorni, me ne rendo conto, eppure percepisco la rapidità con cui l’isolamento ti assale. Non ti senti più solo strano, ma anche invisibile. Come cantavo in Single: If no one calls and I don’t speak all day / Do I disappear? (Se nessuno chiama e non parlo per tutto il giorno / scomparirò?).

Io non voglio scomparire e non voglio che la solitudine mi cresca intorno come una pelliccia, e così comincio a scalciare e decido che l’antidoto è uscire. Faccio una camminata con un’amica, prendo un caffè con un’altra e vado a cena con altri tre, e poi vado ad ascoltare la band The xx alla Brixton academy. Si rivela una serata perfetta. Le loro canzoni ruotano intorno alle difficoltà legate allo stringere legami, affidarsi e credere, amare ed essere amati.

Tutto in loro richiama l’isolamento: dimessi e poco appariscenti sul palco, sembrano smarriti tra le luci e gli specchi. Le note della chitarra di Romy abitano uno spazio vuoto in cui rimbalzano come un’eco, mentre nei testi ricorrono immagini di solitudine: I can’t hold on / To an empty space (Non posso aggrapparmi / a uno spazio vuoto), I go to those places where we used to go / They seem so quiet now / I’m here, all alone (Vado nei posti dove andavamo / sembrano così silenziosi ora / che sono qui da sola).

Colgono un particolare aspetto della goffaggine umana, soprattutto in quella fase giovanile in cui sei tutto impaccio e sentimenti, ma la loro musica si crogiola in quell’esperienza creando una specie di desolata euforia. E così, alla fine del concerto la galleria trema e siamo tutti lì a ballare e cantare, mani per aria, uniti e confortati, tutti soli ma insieme.

(Traduzione di Diana Corsini)