Il porto di Hull, nel nord dell’Inghilterra, gennaio 2017.

La città della cultura che mi ha aiutato a crescere

Il porto di Hull, nel nord dell’Inghilterra, gennaio 2017.
18 novembre 2017 16:04

“Tornati a Hull, eh? Autolesionisti”, dice una donna incontrandoci per strada. Tipico di Hull incontrare qualcuno che ti fa una battuta mestamente autoironica come questa, magari alzando gli occhi al cielo.

Passeggiando per il centro della città, Ben e io riconosciamo quasi tutto, anche se notiamo con tristezza i negozi chiusi, le finestre sbarrate da tavole di legno e le porte sprangate. Tra un locale chiuso e l’altro, ci sono le agenzie di scommesse, i negozi “tutto a una sterlina” e quelli di telefonia, i nail bar, i tatuatori e gli sportelli delle finanziarie. Roba che aiuta a sopravvivere e a passare un sabato sera alla grande: il tipo di ostinata resilienza in cui Hull è specializzata.

La maestosa cattedrale è in corso di restauro, e la zona del vecchio mercato ortofrutticolo è piena di bar con muri di mattoni a vista e tavolini in legno grezzo, ma i posti che frequentavamo un tempo sono quasi tutti scomparsi. I Beverley road baths oggi sono solo una piscina con sauna, ma anni fa quelle porte conducevano alle vecchie vasche vittoriane a isola, dove una volta alla settimana venivamo a immergerci fino al collo lasciando scorrere l’acqua voluttuosamente calda, per poi uscirne rosei e splendenti, con i capelli schiacciati dal vapore.

Mentre facciamo un giro del campus universitario, le nostre ombre sono dappertutto

Siamo qui per le celebrazioni di Hull, città britannica della cultura per il 2017, e parteciperemo a un evento di spoken word con il poeta Simon Armitage. Ma il nostro è anche una specie di viaggio sentimentale. Sono passati 36 anni da quando salivo di corsa le scale dell’associazione studentesca, e in cima c’era Ben ad aspettarmi: oggi, ai piedi di quella scala c’è una stella hollywoodiana con il mio nome. Be’, forse dovrei dire una stella hullywoodiana.

Tempi difficili
Mentre facciamo un giro del campus universitario, le nostre ombre sono dappertutto: in piedi in un bar, seduti in un angolo della biblioteca o quella sera che abbiamo lanciato per aria una bottiglia di vino e l’abbiamo vista scomparire tra i rami. In centro, i negozi chiusi parlano di incuria e di crisi, è vero, ma è da tanto che Hull vive tempi difficili.

La sera ceniamo con due vecchi amici, Neil e Jacqui, che abitano in fondo alla strada, a Hornsea. Lui suonava la chitarra con noi in Love not money, lei ha partecipato attivamente alla campagna per Hull città della cultura 2017; sanno molto meglio di noi quanto sia importante per Hull.

Neil si guadagna da vivere gestendo ostelli per senzatetto, e descrive le realtà locali quasi con distacco: la disoccupazione di seconda e terza generazione, e le conseguenti spirali di povertà e dipendenze. Eppure, sembrano soddisfatti di com’è andato quest’anno e orgogliosi dei tanti eventi straordinari ancora in programma. E nonostante le nostre perplessità sul fatto che tutto questo possa servire ad aiutare chi ne ha più bisogno, guardano con ottimismo al futuro e agli investimenti promessi per la rinascita della città e il recupero della sua eredità culturale.

Alla larga dai guai
Perché Hull è una “sopravvissuta”: concreta, pragmatica e dimessa, ha contribuito a formarmi. Quando sono arrivata a Londra, mi sono lanciata nella parte dell’aspirante pop star, ma un po’ dello scetticismo innato di Hull mi è rimasto dentro. E se a volte mi ha complicato la vita, altre volte mi ha aiutato a tenermi alla larga dai guai.

Il giorno dopo passiamo davanti ai tavolini all’aperto dei nuovi caffè di Princes avenue, finché non arriviamo in Ella street, dove ora c’è l’installazione intitolata The street of birds and shadows. È un’opera di “arte pubblica” di una bellezza discreta: uccelli dipinti sull’intonaco degli edifici, citazioni di poesie scritte con la tecnica dello stencil sui muri dei giardini. È precedente all’anno della cultura e ci ricorda che prima di ricevere questo riconoscimento culturale Hull non era una landa desolata.

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La vena e l’eredità poetica che da Andrew Marvell arrivano fino a Philip Larkin accompagnano il senso di isolamento tipico di Hull: una separatezza sottolineata dalla propria compagnia telefonica, con le sue caratteristiche cabine avorio, e da un ponte girevole che porta solo a se stesso.

E oggi la città ospita il Turner prize alla galleria di arte Ferens. La sala in cui si proietta la pellicola di Rosalind Nashashibi Vivian’s garden è gremita, e il pubblico sembra ipnotizzato. Eppure, alla fine del film l’uomo seduto dietro di noi borbotta: “Ma cosa diavolo voleva dire, poi?”. E io non posso fare a meno di ridere pensando a quella incrollabile determinazione a non farsi infinocchiare, a quello spirito ribelle e indipendente che tiene ancora in vita Hull.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è stato pubblicato su New Statesman.

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