Istanbul, 24 giugno 2018.

Sarà la Turchia a innescare la prossima crisi mondiale?

Istanbul, 24 giugno 2018.
22 agosto 2018 15:21

Tutti i riflettori sono puntati sulla lira turca. Il suo declino è stato veloce: quest’anno ha perso più del quaranta per cento del suo valore rispetto al dollaro statunitense. La cosa ha conseguenze terribili, visto che il paese ha fatto affidamento sui prestiti concessi da operatori stranieri. Un debito pubblico gigantesco, insieme all’attacco degli Stati Uniti, lo ha spinto sull’orlo del baratro.

La caduta della Turchia si porterà con sé anche l’Europa e in seguito anche altri paesi con un livello di ricchezza medio? Sono i segnali di una nuova crisi finanziaria globale, che sarebbe molto più pericolosa di quella cominciata tra il 2007 e il 2008?

Quella crisi non è davvero finita. I problemi nati con il crollo del mercato immobiliare statunitense e quelli successivi relativi al debito nel sistema bancario mondiale non sono stati risolti. Le raccomandazioni del Comitato di Basilea per rafforzare la supervisione bancaria, quelle dell’Organizzazione internazionale delle autorità di controllo dei mercati finanziari e quelle dell’Associazione internazionale dei supervisori assicurativi sono state sostanzialmente ignorate. Invece di una reale riforma del settore finanziario, il governo degli Stati Uniti ha mantenuto i suoi tassi d’interesse vicini allo zero, inondando il sistema di dollari. La soluzione alla bolla immobiliare statunitense è stata creare un pesante debito nei paesi con un livello di ricchezza medio.

Debiti in dollari
Recentemente, in quelli come la Turchia, le aziende private hanno cominciato a contrarre prestiti in dollari con istituti internazionali, in modo da finanziare le loro operazioni ma anche per fare investimenti speculativi. Un fiume di dollari si è riversato in paesi come la Turchia. Gli speculatori stranieri li hanno usati per investire nei loro titoli (compresi i titoli di stato turchi).

L’Istituto della finanza internazionale ha dimostrato che questa tendenza è cresciuta negli ultimi anni. Alla fine del 2011 i trenta principali mercati emergenti avevano un debito pari al 163 per cento del loro prodotto interno lordo (pil). Nel primo trimestre di quest’anno la percentuale è cresciuta, arrivando al 211. L’uscita dalla crisi finanziaria del 2007-2008 è arrivata grazie a una crescita economica finanziata dal debito.

Il debito mondiale è stimato intorno ai 247mila miliardi di dollari. Si tratta di una stima che dovrebbe farci riflettere. Inoltre, buona parte di questo debito è servito a finanziare l’espansione del settore finanziario, e non a investire in settori produttivi che producono benefici per tutti. È un modello di crescita economica che richiede sempre più debito per finanziarsi. E questo modello insostenibile è stato adottato anche altrove. Sarà nei prossimi mesi che la bolla potrebbe esplodere, quando paesi come Argentina, Brasile, Sudafrica e Turchia dovranno fare i conti con la scadenza di debiti del valore di mille miliardi di dollari. Saranno in grado di sostituire i prestiti esistenti con nuovi prestiti? Chi si metterà in fila per prestare soldi a paesi che sembrano sull’orlo del precipizio?

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Le tempeste finanziarie non sono una novità in Turchia. Gravi crisi hanno colpito il paese nell’aprile 1994 e nel febbraio 2001. In entrambi i casi, ha perso una parte importante del suo pil e delle sue riserve valutarie, e i tassi d’interesse si sono impennati: nel 1994 gli interessi sono passati in breve tempo dal 75 al 700 per cento; mentre nel 2001 dal 40 al 4.000 per cento.

La ripresa è arrivata grazie a strumenti diversi, in particolare un programma di “transizione verso un’economia forte” sponsorizzato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). Il programma dell’Fmi ha spinto la Turchia a una “liberalizzazione dei conti capitale”, un modo elegante per dire che le sue banche erano incoraggiate a contrarre prestiti in dollari sui mercati internazionali e di concederli in lire turche agli investitori turchi. L’intera economia è stata ristrutturata per abbassare i salari e incoraggiare le esportazioni, e grazie a prestiti a breve termine.

Mentre questi soldi arrivavano in Turchia, l’attuale governo guidato dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) lo ha usato per finanziare progetti stravaganti e improduttivi. Non c’era alcuna possibilità che la Turchia esportasse abbastanza per finanziare il suo ingente debito estero. I paesi con pesanti disavanzi commerciali sono più vulnerabili quando dipendono da prestiti esteri a breve termine, quelli che giustamente vengono definiti “soldi che scottano”.

Cos’è cambiato
Nel 2011 tutto sembrava gestibile. La Turchia era vicina all’entrata nell’Unione Europea, le relazioni con gli Stati Uniti erano ottime e gli uomini d’affari turchi osservavano le proprie produzioni crescere in mercati che andavano dal Libano alla Siria, dal Golfo persico al Nordafrica. La guerra in Siria ha causato ulteriore caos. Le esportazioni verso i paesi arabi sono diminuite, la crisi dei rifugiati ha messo pressione alla Turchia e la sua stabilità interna è finita quando il governo ha dichiarato nuovamente guerra ai curdi. Le ambizioni in Siria sono esaurite. Il governo dell’Akp ha provato a ristabilire la situazione con una serie di spietate purghe contro tutti i dissidenti del paese. I favori politici hanno permesso a persone incompetenti di prendere il posto di quelle allontanate o arrestate. Tutto questo ha aumentato la pressione sull’economia turca.

E poi è arrivato Trump. La politica dei dazi degli Stati Uniti, in particolare quelli sull’acciaio e sull’alluminio turco, ha gettato scompiglio tra i banchieri che avevano prestato denaro al paese. L’aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti ha reso più conveniente riportare i dollari nel paese, dove “valgono quanto l’oro”. Tutto questo ha colpito duramente la lira turca.

I debitori turchi devono alle banche spagnole più di 82 miliardi di dollari, a quelle francesi 38,4 e a quelle italiane 17

Non ha aiutato il fatto che Stati Uniti e Turchia siano in mezzo a una crisi politica, nata per via dell’arresto in Turchia del pastore statunitense Andrew Brunson; e per Fethullah Gülen, religioso turco che vive negli Stati Uniti e che Ankara accusa di essere l’ispiratore del tentato colpo di stato nel 2016. È da allora che tra i due paesi c’è tensione. Adesso l’amministrazione statunitense ha chiarito che anche il rilascio del pastore non sarà sufficiente. “I dazi in vigore sull’acciaio non saranno rimossi con la liberazione del pastore Brunson”, ha dichiarato la portavoce di Trump, Sarah Sanders. “I dazi sono una questione di sicurezza nazionale”, ha detto, anche se non è chiaro cosa significhi questa frase raggelante.

Per Trump è un vantaggio che le banche più esposte con la lira turca siano tutte europee: la francese Bnp Paribas, l’italiana Unicredit e la spagnola Bbva. La Banca centrale europea ha già espresso la propria preoccupazione nonostante gli istituti dichiarino di essere preparati allo scenario peggiore. Le somme non sono esigue. I debitori turchi devono alle banche spagnole più di 82 miliardi di dollari, a quelle francesi 38,4 e a quelle italiane 17.

L’indebitamento del settore privato in Turchia è considerevole: entro un anno dovrà pagare 220 miliardi di dollari per onorare questi debiti. L’incapacità di farlo, oltre a un ulteriore calo della lira turca, potrebbero scatenare una crisi in Europa, che poi avrebbe un impatto sui mercati finanziari globali. La Turchia potrebbe essere stavolta quel che il mercato immobiliare statunitense è stato nel 2007.

Opzioni
Il ministro delle finanze turco Berat Albayrak, che guarda caso è il genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha dichiarato che il suo paese ha aperto dei negoziati con l’Fmi. Ha promesso di non limitare i movimenti di capitali, che però potrebbe essere l’unico modo di proteggere davvero la Turchia dal crollo. Il partito Akp è contrario a ogni soluzione radicale. È probabile che si adatterà alle politiche dell’Fmi senza stringere un accordo ufficiale, per mantenere l’atteggiamento di facciata di Erdoğan: l’Akp è dominato da una retorica antioccidentale, ma da politiche filooccidentali.

Il 15 agosto scorso, il governo turco ha rivolto all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) un reclamo ufficiale sulla politica doganale degli Stati Uniti. Nel documento si afferma che i dazi statunitensi sono contrari all’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (Gatt) del 1994 – il quadro di riferimento principale del Wto – e che anche la legislazione statunitense (in particolare quella sull’espansione commerciale del 1963) lo viola. Cinque giorni dopo il Wto ha condiviso queste preoccupazioni coi suoi membri, con cui discuterà seriamente del reclamo.

Nel frattempo, oltre il confine turco, anche l’Iran ha subito il ritorno delle sanzioni statunitensi. La Cina ha offerto al paese un aiuto a breve termine. Lo darà anche alla Turchia? Quando Boeing è uscito dal suo contratto, che prevedeva la vendita di aerei all’Iran, l’azienda russa Sukhoi si è offerta di prendere il suo posto. La Russia offrirà simili concessioni alla Turchia? Ci sarà una soluzione asiatica alla crisi turca? Possono Cina e Russia, a loro volta esposte alle turbolenze finanziarie mondiali, salvare questi paesi?

Servono altre soluzioni, più radicali.

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Questo articolo è uscito su Alternet con il titolo con il titolo “Could Turkey trigger the next global financial crisis?” Traduzione di Federico Ferrone.

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