Il subcomandante Marcos, Messico, 1994. (Clement Bernad, Contrasto)

Il tramonto di Marcos

Il subcomandante Marcos, Messico, 1994. (Clement Bernad, Contrasto)
31 gennaio 2020 15:49

Questo articolo è uscito il 1 febbraio 2008 nel numero 729 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sulla rivista messicana Gatopardo con il titolo Retrato radical.

Quest’estate ho letto una notizia in cui si annunciava l’Incontro dei popoli indigeni
dell’America. La riunione era convocata dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln). Mi ha sorpreso che si svolgesse a Vicam, nello stato di Sonora, in un piccolo paesino nel nord del Messico a tre giorni di strada dal Chiapas, il bastione dello zapatismo. Come molte altre persone che si erano interessate allo zapatismo, da dieci anni avevo più o meno perso le tracce del movimento guidato dal subcomandante Marcos.

La sua presenza sui mezzi d’informazione era diminuita, soprattutto dopo i contrasti con gli intellettuali di sinistra e il distacco dalla Jornada, il quotidiano che per anni ha fatto da cassa di risonanza alla causa zapatista. L’incontro degli indigeni a Vicam era una delle tappe del percorso avviato dall’Ezln e da Marcos nel 2006. L’iniziativa, chiamata la Otra campaña (L’altra campagna), serviva a creare una rete sociale con “i dimenticati di sempre: donne, indigeni, giovani e omosessuali”.

L’obiettivo era stimolare “un’insurrezione nazionale, civile e pacifica” che portasse all’elaborazione di una nuova costituzione. Mi sono messa in contatto con Sergio Rodríguez Lazcano, il responsabile dei rapporti dell’Ezln con la società civile, per sapere quali fossero i loro piani per il futuro: “Nel gennaio del 2008 entreremo in una nuova fase di lotta”.

Verso lo Zócalo

A più di un anno dalle presidenziali del luglio 2006, il Messico è ancora spaccato in due per l’accusa di brogli elettorali contro Felipe Calderón, del Partito d’azione nazionale (Pan, conservatore). Dopo undici anni di silenzio un gruppo terroristico che sembrava scomparso, l’Esercito popolare rivoluzionario (Epr), ha messo delle bombe negli impianti di Petróleos Mexicanos (Pemex) per ottenere il rilascio di due militanti scomparsi. Senza preavviso, il 24 settembre 2006 il subcomandante Marcos ha annullato il tour della Otra campaña. In un comunicato ha spiegato che non voleva ostacolare le iniziative dell’Epr e che era preoccupato per l’aumento degli attacchi contro i ribelli nei municipi zapatisti.

Marcos si riferiva alle aggressioni dei paramilitari, all’abbandono forzato delle terre occupate nel 1994 e al dispiegamento di 56 accampamenti militari permanenti sul territorio indigeno del Chiapas. Queste informazioni sono state raccolte dal Centro di analisi politica e di ricerche sociali ed economiche (Capise) del Chiapas, che da cinque anni studia i movimenti dei militari nei territori indigeni. Ernesto Ledesma, direttore del Capise, ha confermato i sospetti di Marcos: “Stanno preparando l’offensiva più grande degli ultimi nove anni”.

Qualche anno fa una denuncia del genere avrebbe suscitato un interesse nazionale e internazionale, ma Marcos non ha più presa sui mezzi d’informazione. Il declino è cominciato nel 2001, quando il subcomandante e gli zapatisti arrivarono a Città del Messico per negoziare un accordo con il governo di Vicente Fox (del Partito d’azione nazionale, conservatore). Un milione di persone acclamò Marcos mentre era diretto alla piazza dello Zócalo. Era l’11 marzo 2001.

L’obiettivo della Marcia del colore della terra era il riconoscimento costituzionale dell’autodeterminazione indigena. La proposta, nata dai tavoli di discussione dei cosiddetti Accordi di San Andrés, era stata elaborata dall’Ezln con la consulenza di personalità civili e dei leader di varie etnie. Chi si opponeva al progetto invocava il rischio di una balcanizzazione del paese. Chi lo appoggiava, invece, sottolineava che la proposta di autodeterminazione si basava sulla convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, ratificata anni prima dal senato messicano.

La convenzione non dava ai popoli indigeni la proprietà dei loro territori e delle risorse naturali, ma garantiva loro il diritto di essere consultati quando venivano prese delle decisioni che li riguardavano. “È solo l’inizio”, disse José Saramago guardando gli zapatisti da un balcone del palazzo del governo a Città del Messico. Marcos era sulla cresta dell’onda.

Nel 1998 la capitale era già stata scossa dalla marcia di 1.111 indigeni incappucciati che protestavano contro il massacro di Acteal, avvenuto il 22 dicembre 1997. Ma questa era la prima volta che il subcomandante usciva dal suo territorio: “Non siamo una moda passeggera che viene archiviata nel calendario delle sconfitte che il Messico sfoggia con tanta nostalgia”, disse rivolgendosi alle persone riunite nello Zócalo.

Alcuni giorni dopo, il 28 marzo 2001, l’Ezln si rese protagonista di un altro evento storico: il discorso della comandante Esther di fronte al parlamento federale. “Vogliamo che sia riconosciuto il nostro modo di vestire, di parlare, di governare, di
organizzarci, di pregare e di curarci, il nostro modo di lavorare in gruppo, di rispettare la terra e di intendere la vita, che è la natura, perché noi facciamo parte di lei”.

Attacco ai partiti

C’era un clima di grande aspettativa, ma un mese dopo tutti i partiti approvarono all’unanimità una legge che non riconosceva l’autodeterminazione dei popoli indigeni. Marcos si sentì tradito, soprattutto dal Partito della rivoluzione democratica (Prd, di sinistra). L’Ezln mantenne il silenzio per due anni, ma preparò la risposta al sistema: creò cinque regioni, chiamate caracoles, in cui unì i suoi 39 municipi autonomi per esercitare un governo indipendente. E sospese i rapporti con tutta la classe politica, compresi gli ex alleati di sinistra.

Nel 2003 il subcomandante accusò il leader spirituale del Prd, Cuauhtémoc Cárdenas, di essere il principale traditore della causa indigena. In una lettera alla Jornada rivelò che durante il voto in parlamento, Cárdenas chiamò il figlio, il senatore Lázaro Cárdenas, per assicurarsi che votasse per la cosiddetta “controriforma”. Dato che Lázaro Cárdenas esitava, il padre gli chiese a bruciapelo: “Sei un senatore dell’Ezln o del Prd?”. Due anni dopo, nel 2005, Marcos pubblicò La imposible ¿geometría? del poder en México.

Nell’articolo il subcomandante accusava i tre principali partiti del paese – il Prd, il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) e il Pan – di proteggere gli interessi del potere economico. Le critiche principali erano rivolte al sindaco della capitale e candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador (del Prd). Marcos lo accusava di sostenere le stesse politiche neoliberiste dell’ex presidente priista Carlos Salinas de Gortari.

Secondo Manuel Camacho Solís, creatore delle reti cittadine della campagna di López Obrador ed ex responsabile dei colloqui di pace del governo di Salinas de Gortari con l’Ezln, Marcos appoggiava Felipe Calderón: sperava che la crisi si inasprisse per dare nuova linfa all’Ezln. Le critiche arrivarono anche da alcuni intellettuali vicini a López Obrador, che in passato avevano sostenuto lo zapatismo: il subcomandante voleva dividere la sinistra.

Prima del 1994 l’indice di mortalità infantile nella selva Lacandona era il più alto del paese

La scrittrice Elena Poniatowska, prima consulente degli zapatisti e poi di López Obrador, dichiarò alla stampa che Marcos invidiava il leader del Prd per l’appoggio popolare che aveva ottenuto. Un altro ex consulente zapatista, il politologo Octavio Rodríguez Araujo, accusò Marcos di essere un “fanfarone” per aver trattato in modo “sciocco e superbo” gli intellettuali che lo avevano appoggiato. Così facendo, il leader zapatista aveva perso un sostegno importante: “Prima bastava che starnutisse perché La Jornada pubblicasse qualche articolo su di lui. Ma da quando si è scagliato contro il giornale, le cose sono cambiate”, affermò Araujo.

La parabola discendente di Marcos in Messico ha avuto dei riflessi anche in Europa, uno dei luoghi dove è stato più forte il sostegno allo zapatismo. Sono andata a Roma per incontrare Federico Mariani, un italiano che ho conosciuto quattordici anni fa in Messico. Dal 1994 al 2003 Federico è andato in Chiapas 34 volte, ha intervistato Marcos, è stato il presidente dell’associazione ¡Ya Basta! e uno dei portavoce delle Tute bianche. Ma si è allontanato dallo zapatismo per motivi politici e di salute. L’ho incontrato al centro giovanile Batti il tuo tempo, nella zona sudest di Roma. C’erano anche i tre membri del nucleo operativo di ¡Ya Basta! a Roma: Fabiola Giacinti, Miria Annini e Simona Granati.

Tutti hanno ammesso che ormai i giorni delle mobilitazioni di massa appartengono al passato, quando l’irruzione dello zapatismo aveva dato nuova vita al movimento e i comunicati di Marcos indicavano alla sinistra europea la strada da seguire. Il 12 ottobre 2002 Marcos cercò di rompere l’isolamento giornalistico con uno scritto dal tono insolitamente aspro. In una lettera indirizzata al cantante rock Ángel Luis Lara e pubblicata sulla Jornada il subcomandante accusava il giudice Baltasar Garzón di esercitare il terrorismo di stato contro il paese basco e lo invitava, insieme all’Eta e alla società spagnola e basca, a un incontro sull’isola di Lanzarote.

Alla proposta si unirono José Saramago e Manuel Vázquez Montalbán, ma l’Eta screditò l’intervento di Marcos. La polemica internazionale che ne seguì allontanò alcuni intellettuali dal movimento zapatista. Carlos Monsiváis scrisse dal Messico: “Non associo la ribellione degli indigeni del Chiapas all’appoggio di cause indifendibili, al linguaggio dell’intolleranza e alla superbia radicale”.

Il comportamento del subcomandante durante la campagna per le presidenziali del 2006 ha aumentato l’isolamento degli zapatisti. “È stato un errore”, ha detto Pierluigi Sullo, direttore di Carta, l’unica rivista italiana che si occupa con regolarità del movimento zapatista. Marcos avrebbe potuto costruire dei ponti verso “le persone oneste” che credono ancora alla possibilità di ottenere dei cambiamenti attraverso la via parlamentare ed elettorale.

Incontro a Vicam

Ci sono volute sei ore a piedi e tre giorni di camion, ma alla fine Patricio Hernández,
un indigeno huichol, e altre trenta persone sono arrivati a Vicam per partecipare all’incontro dei popoli indigeni dell’America. A Vicam l’Ezln ha riunito gran parte delle etnie presenti nel paese. Ogni delegazione ha esposto la sua storia di privazioni e di privatizzazioni di terre e di risorse naturali, di emarginazione e di violenza. Per quattro giorni, dall’11 al 14 ottobre 2007, 570 delegati di 66 popoli e tribù di dodici paesi hanno discusso per mettere a punto un piano di azione.

L’incontro, però, non ha fatto notizia. Se ne sono occupati solo due testate nazionali, oltre a qualche mezzo d’informazione locale e ad alcuni giornali alternativi. Invece l’inizio della Otra campaña, il 1 gennaio 2006, aveva conquistato le prime pagine di tutti i giornali. La stampa lo definì “il secondo zapatour”: in sei mesi gli zapatisti volevano percorrere tutto il paese per creare un fronte di sinistra indipendente dai partiti politici che si contendevano la presidenza. A maggio, a pochi giorni di distanza da San Salvador Atenco, nello stato di México, la Otra si è fermata all’improvviso.

Nel 2002 gli abitanti di Atenco si erano opposti con i machete all’espropriazione delle loro terre per la costruzione di un aeroporto. Il 3 maggio 2006 ci fu uno scontro tra i proprietari terrieri e la polizia, che il giorno dopo represse la rivolta. Il bilancio fu di due morti, 217 arresti e 23 donne violentate. Marcos ruppe il suo silenzio e i simpatizzanti zapatisti dentro e fuori dal paese si mobilitarono. In Messico ci furono blocchi stradali, manifestazioni e proteste davanti alle ambasciate. Ma dopo Atenco ci sono state le elezioni, e l’attenzione della stampa si è concentrata sulle manifestazioni di massa del Prd contro i presunti brogli elettorali.

Conquiste sociali

Non andavo nelle comunità zapatiste da dieci anni. Adesso il percorso sterrato che passa dalla Garrucha e sbocca alla base militare di San Quintín è stato asfaltato per agevolare il passaggio dei veicoli militari. La Garrucha è uno dei cinque caracoles creati nel 2003, che riuniscono i 39 municipi autonomi zapatisti.

Appena arrivati, il fotografo Ricardo Trabulsi, il suo assistente Roberto Mañón e io siamo passati dalla Giunta di buon governo (Jbg) per avere l’autorizzazione a restare. Ogni caracol è governato da un organo collettivo, la giunta, indipendente dalla struttura militare dell’Ezln ed eletto da un’assemblea. I caracoles stabiliscono la linea da adottare sulla sanità e sull’istruzione ed eleggono i responsabili di questi programmi. Nessuno riceve uno stipendio: la paga consiste in mais e fagioli da parte della comunità.

Secondo alcuni ricercatori, la diminuzione dell’appoggio internazionale ha colpito le finanze dei municipi autonomi. Nel libro La comunidad armada rebelde y el Ezln, Marcos Estrada Saavedra sostiene che l’autoritarismo della dirigenza dell’Ezln e la rottura con il governo hanno causato “un impoverimento delle comunità zapatiste rispetto a quelle non zapatiste”, che beneficiano di programmi di assistenza. L’antropologa Mariana Romo parla di un lusso di migrazione stagionale sulla costa, a Cancún e a Playa del Carmen, per lavorare nell’edilizia. Ma ci sono anche molti dati positivi: nei municipi autonomi l’alcolismo e la violenza domestica sono diminuiti, le bambine vanno a scuola, ci sono più ospedali e la mortalità infantile e quella delle donne durante il parto si è ridotta.

Alle giunte partecipano anche gli indigeni non zapatisti: l’obiettivo è risolvere le dispute sulla terra, i casi di divorzio e di corruzione. Gli indigeni sostengono che nel caracol “i conflitti sociali sono risolti in modo più giusto”. Il processo decisionale, basato su assemblee a rotazione e senza retribuzione, impedisce la concentrazione di potere. Ma per Marcos Estrada Saavedra le giunte non sono rappresentative perché “esercitano il controllo solo sui loro membri”.

La giunta della Garrucha è composta da tre donne e un uomo. La più giovane ha diciassette anni, si chiama Araceli Lorenzo e arriva da una comunità, San Juan del Río, di tredici abitanti. È stata eletta in assemblea per partecipare al periodo di rotazione quindicinale della Jbg. “È la prima volta che vado via di casa da sola”, mi ha detto. Dieci anni fa era impensabile trovare delle donne indigene in un organo di governo, disposte a dormire fuori casa per due settimane con il consenso dei genitori. Araceli mi ha accompagnato a visitare il piccolo ospedale di medicina generale e un altro, in costruzione, per la salute delle donne.

I caracoles, però, sono fragili. Ernesto Ledesma mi ha spiegato che il piano per distruggere quest’esperienza di autonomia sta avanzando a passi da gigante. Da una parte le truppe militari sono state sostituite da corpi scelti, dall’altra il governo punta a recuperare diecimila ettari di terra presi dall’Ezln dopo la rivolta zapatista. Si sono riattivati i gruppi paramilitari e sono aumentate le aggressioni agli zapatisti. Questi gruppi sono protetti dal governatore Juan Sabines, ex militante del Pri e adesso membro del Prd.

L’ultima intervista

La prima volta ho incontrato Marcos a Città del Messico: ero andata con Ricardo Trabulsi nell’ufficio dell’Ezln nella capitale per scattargli la foto di copertina. Era la prima volta, in quattordici anni, che il subcomandante accettava di farsi fotografare. Gatopardo si era rivolto a un fotografo di moda, senza sapere che Trabulsi si era appassionato alla causa zapatista e che da quattro anni cercava di fotografare Marcos. Gli aveva mandato sei lettere firmate con lo pseudonimo di Gildardo Magaña, un rivoluzionario messicano, ma non aveva ricevuto nessuna risposta. Adesso il destino lo portava a catturare l’immagine che prima di lui avevano cercato Sebastião Salgado e Oliviero Toscani.

Il secondo incontro è avvenuto nel caracol della Garrucha, nella selva Lacandona. Davanti al guerrigliero stupito, Trabulsi ha tirato fuori una reliquia da collezione: una Smith Corona. “Con una macchina fotografica come questa hanno fotografato anche Emiliano Zapata”, gli ha detto Trabulsi. Marcos ha fatto una delle sue solite battute: “Non mi metto mai in posa. Solo per le donne, ma devono pagare in dollari”. Alla fine del servizio fotografico il subcomandante mi ha invitato a fare due chiacchiere. “Muoviamoci, perché forse non rilascerò più interviste”, mi ha detto.

Abbiamo parlato per più di quattro ore. Marcos ha ricordato la nascita dell’Ezln e l’appoggio della società civile che nel 1994 era scesa in piazza. “Siamo passati di moda”, mi ha detto accendendosi la pipa. “Oggi è come nel 1993, ma alla rovescia. Allora preparavamo l’insurrezione senza mezzi e senza persone, questa volta è il governo che prepara l’attacco”.

La sicurezza dei municipi autonomi è la questione che lo preoccupa di più. Il governo sta cercando intenzionalmente di spaccare in due la popolazione locale, dando ad altri gruppi indigeni le stesse terre prese dall’Ezln. “Creano un conflitto sociale artificiale, come in laboratorio, così poi entrano in gioco le forze del governo per portare la pace”. Fino a oggi l’Ezln è stato disposto a suddividere la terra dei suoi municipi anche tra le basi non zapatiste, ma in alcune occasioni i gruppi d’opposizione vicini ai partiti (soprattutto al Prd) hanno cercato lo scontro.

In caso di aggressione armata risponderete come nel 1994?
“Sì. Per ora stiamo prendendo delle misure preventive. L’accordo è che l’Ezln non attaccherà, ma non rimarrà a braccia incrociate se sarà attaccato”. Secondo Marcos, il caracol della Garrucha è tra quelli che corrono più rischi di essere attaccato, perché lì gli zapatisti hanno migliaia di ettari di terra. La popolazione indigena che prima seminava i suoi raccolti sulle montagne ora lo fa in pianura. Le comunità zapatiste hanno problemi economici e soffrono per la migrazione stagionale verso Cancún, ma non c’è più l’emarginazione che esisteva prima del 1994. “Non ci sono ricchi, ma nessuno soffre la fame”, mi ha spiegato il subcomandante.

Gli zapatisti hanno costruito ospedali nei paesi più isolati, dove le persone morivano per malattie curabili. “Prima del 1994 l’indice di mortalità infantile nelle comunità della selva Lacandona era il più alto del paese, oggi non è più così”. Poi il subcomandante mi ha parlato dei caracoles. Il loro successo più grande è l’educazione delle nuove generazioni zapatiste. “Spesso i gruppi politico-militari finiscono per formare piccoli guerriglieri, persone a cui piace la lotta armata”. Loro, invece, sono riusciti non solo a trasmettere nelle nuove generazioni uno spirito di lotta, ma anche a coinvolgerle direttamente nell’amministrazione dei municipi. Uno dei problemi irrisolti dei caracoles, però, è la violenza domestica, anche se a poco a poco la situazione sta cambiando.

Se dovessi cambiare qualcosa, cercherei di essere meno protagonista sui mezzi di informazione

Ho chiesto a Marcos cosa ne pensava del disinteresse dei mezzi d’informazione verso lo zapatismo e della rottura con la sinistra istituzionale. Mi ha spiegato che il movimento ha perso terreno dopo le critiche a López Obrador durante la campagna elettorale del 2006. La decisione di allontanarsi dalla sinistra è stata presa dopo il fallimento legislativo del 2001: “Mi sono sentito responsabile perché non ho previsto quello che sarebbe successo”. Per un po’ l’Ezln ha pensato di scegliere di nuovo la via armata, ma dopo un’analisi della situazione ha deciso di rompere con la classe politica. “Ci siamo detti: quando annunceremo la nostra decisione, le persone prenderanno le distanze e ci attaccheranno. Avremmo potuto fargli una strizzatina d’occhio o qualcosa del genere, e allora avrebbero pubblicato i comunicati e discusso su quanto è romantico e sexy il subcomandante, ma non sarebbe cambiato niente”.

Nel 2005 l’Ezln ha diffuso la Sesta dichiarazione della selva Lacandona. Nel documento annunciava il suo cambiamento strategico e cercava di coinvolgere nella lotta le altre minoranze oppresse del Messico e del mondo. Così, mentre l’influenza dello zapatismo diminuiva in occidente, aumentava nei paesi più lontani e poveri. Vía Campesina, un movimento internazionale con milioni di membri, si è avvicinata all’Ezln.

Nel dicembre 2007 l’organizzazione ha invitato le donne dei cinque continenti all’incontro delle zapatiste che si è tenuto a La Garrucha. All’incontro intercontinentale zapatista della scorsa estate, invece, hanno partecipato simpatizzanti dell’India, della Corea del Sud e del Pakistan. In quell’occasione, mi ha detto Marcos, ha avuto conferma che “il neoliberismo ha una virtù”: le persone parlavano lingue diverse, ma i loro nemici erano gli stessi, Wal-Mart, Monsanto, Pepsi Cola, Coca-Cola. Secondo Marcos, la distruzione dell’ambiente e la crisi sociale per la privatizzazione delle risorse naturali in Messico e nel mondo sono problemi molto gravi. Ma il radicalismo è più forte tra gli sfruttati e nelle comunità resistenti.

L’Ezln è in una fase di rilessione: ha bisogno di analizzare la minaccia di rappresaglie in Chiapas e il fallimento della Otra. La nuova fase non sarà resa nota
prima dell’estate del 2008. “Sappiamo già chi siamo e per cosa vogliamo lottare. Ma dobbiamo capire come farlo e vedere chi è disposto a lottare per i nostri obiettivi”. La notte è scesa sulla Garrucha ed è arrivato il freddo.

Quanto pesa essere il subcomandante Marcos?
“A parte il peso che mi porto nello zaino…”, ha risposto con una delle sue solite battute.

Quanto pesa?
“Molto”.

Non hai mai pensato: basta, non voglio più essere Marcos?
“Dopo ogni intervista. Sì, è pesante essere Marcos, perché ancora prevale l’idea che gli errori dell’Ezln siano miei e i successi siano delle comunità. Anche se è stato utile avermi come parafulmine, i compagni sono preoccupati per questa divisione del lavoro, perché dicono: ‘Così, se devono sferrare un colpo lo fanno contro di te’”.

Ti capita di sentirti vulnerabile?
“Sì, soprattutto quando esco allo scoperto, com’è successo con la Otra campaña. Mi sento a disagio perché non è il mio territorio, non ho i miei mezzi, i miei compagni, le mie risorse”. Guardo le sue mani. Sono mani curate per un uomo che non ha una dimora fissa e deve spostare spesso il suo accampamento per ragioni di sicurezza.
Ventiquattro anni fa sei arrivato qui, riassumi quest’esperienza in una parola o in una frase.
“Imparare. Rinascere”.

Ne è valsa la pena?
“Rifarei tutto senza cambiare niente. Ma se dovessi cambiare qualcosa cercherei di essere meno protagonista sui mezzi d’informazione”. Marcos non ha ripensamenti. Soprattutto oggi, quando mancano due anni al 2010, il bicentenario dell’indipendenza e il centenario della rivoluzione messicana. Allora tutti capiranno che “è un mito la storia secondo cui il popolo messicano sopporta tutto, perché almeno ogni cent’anni riesce a opporsi”. Se nel 2008 il programma di rivolta
nazionale della Otra avrà successo, allora ci sarà “una rivoluzione diversa da quella di cent’anni fa. Non una rivoluzione armata, ma un’altra rivoluzione che scuoterà il sistema politico e rifonderà il paese”.

(Traduzione di Sara Bani)

Questo articolo è uscito il 1 febbraio 2008 nel numero 729 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sulla rivista messicana Gatopardo con il titolo Retrato radical.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Il nuovo album di Grimes è ambizioso ma riuscito a metà
Giovanni Ansaldo
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.