21 dicembre 2019 14:04

Dopo la classifica dei migliori album stranieri, questa settimana tocca agli italiani. Come all’estero, anche nel nostro paese il 2019 è stato un buon anno, con diverse uscite di ottima qualità. Le novità più interessanti sono arrivate dal rap, grazie a un esordio sorprendente (quello di Massimo Pericolo) e a un ritorno in grande stile (Marracash).

Il 2019 è stato anche l’anno dell’album di Liberato, che nel 2018 aveva sconquassato il mondo del pop italiano con alcuni singoli, e della targa Tenco a Vinicio Capossela. Anche la musica strumentale ci ha regalato ottime cose, grazie all’emiliano trapiantato a Berlino Alessandro Cortini, a Teho Teardo e ai 72-Hour Post Fight.

Insomma, c’è stata tanta buona musica da ascoltare. Come la settimana scorsa, al centro dell’articolo trovate una playlist di Spotify con due brani per ogni album. Ecco la lista.

1. Massimo Pericolo, Scialla semper
L’esordio di Alessandro Vanetti, in arte Massimo Pericolo, è uno degli album di rap italiano più potenti degli ultimi anni. Parla di cose importanti (il carcere, l’emarginazione della provincia, la crisi economica) in modo crudo e quasi violento, e ti arriva dritto in faccia. Massimo Pericolo ha una capacità di raccontare storie non comune. La produzione di Crookers & Nic Sarno è sporca e minimalista al punto giusto. Un disco di cui la scena italiana aveva bisogno. Forse è arrivato il momento che anche le istituzioni della canzone italiana, a partire dal premio Tenco, comincino a prendere in considerazione il rap. Questa è musica d’autore.
Brani chiave: 7 miliardi, Amici

2. Vinicio Capossela, Ballate per uomini e bestie
Dopo il sottovalutato viaggio folk di Canzoni della cupa, Vinicio Capossela è tornato con un disco a tinte medievali, costruito su arrangiamenti orchestrali magniloquenti. Realizzato con collaboratori importanti, a partire da Teho Teardo e Massimo Zamboni, Ballate per uomini e bestie è un lavoro molto vario nelle atmosfere e negli arrangiamenti. E ha dei picchi alti: alcuni di questi brani (Uro, Il povero Cristo, La lumaca) possono tranquillamente stare accanto ai migliori pezzi del repertorio di Capossela.
Brani chiave: Il povero Cristo, La lumaca

3. Liberato, Liberato
L’esordio di Liberato è uscito un po’ fuori tempo massimo, quando diversi brani erano già noti da tanto tempo. Forse per questo il suo impatto non è stato forte quanto ci si aspettava. A conti fatti però canzoni come Nove maggio e Tu t’è scurdat’ ‘e me restano dei piccoli classici. Al netto del mistero che circonda l’identità del cantante napoletano, il fenomeno Liberato è stato una boccata d’aria fresca per la musica leggera del nostro paese, non lo si può negare.
Brani chiave: Nove maggio, Tu t’è scurdat’ ‘e me

4. Alessandro Cortini, Volume massimo
Uno splendido incontro tra la chitarra e i sintetizzatori. Alessandro Cortini, tastierista emiliano naturalizzato statunitense, a due anni di distanza da Avanti è approdato alla prestigiosa etichetta Mute con un altro album splendido, nel quale tiene insieme la sua anima sperimentale con quella melodica. Arrivano echi dei Nine Inch Nails, la band della quale da anni è il tastierista, ma si sente soprattutto il suo amore per i sintetizzatori analogici.
Brani chiave: Amore amaro, Batticuore

5. 72-Hour Post Fight, 72-Hour Post Fight
La Tempesta International, l’etichetta di Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti (a proposito, menzione d’onore per il loro Sindacato dei sogni) continua a scoprire talenti: quest’anno ha tirato fuori dal cilindro i 72-Hour Post Fight, progetto messo in piedi Carlo Luciano Porrini (Fight Pausa) e Luca Bolognesi (Palazzi D’Oriente). La musica dei 72-Hour Post Fight si potrebbe definire jazz, ma sarebbe limitante: dentro c’è l’elettronica, il rock, il funk e altro. La sorpresa dell’anno.
Brani chiave: Lost my, Loiter

6. Teho Teardo, Grief is the thing with feathers
“Se di notte ti rigiri nel letto senza prendere sonno, vuol dire che ti ha preso il blues”, cantava il grande bluesman Lead Belly negli anni quaranta. La musica di Teho Teardo, compositore pordenonese trapiantato a Roma, fa un po’ questo effetto. I suoi brani ti rincorrono nel sonno, s’infilano sottopelle. Grief is the thing with feathers è ispirato al libro di Max Porter Il dolore è una cosa con le piume ed è stato composto per la colonna sonora di uno spettacolo teatrale del drammaturgo Enda Walsh. L’ennesimo capitolo di un viaggio sonoro che non ha eguali nel nostro paese.
Brani chiave: London offered us possible mothers, Unfinished. Beautiful. Everything

7. Marracash, Persona
Il ritorno di Marracash dopo tre anni di silenzio è il suo disco della maturità: è un lavoro di autoanalisi con sonorità meno spaccone rispetto a Santeria e un uso dei featuring molto intelligente: Cosmo (tanto per cambiare) fa un lavoro incredibile in Greta Thunberg, Coez ci sta a pennello sul ritornello di Quelli che non pensano (omaggio al classico di Frankie hi-nrg), mentre Appartengo sembra quasi un passaggio di consegne tra il “King del rap” e il giovane Massimo Pericolo.
Brani chiave: Greta Thunberg, Quelli che non pensano

8. Andrea Laszlo De Simone, Immensità
Alla base del fascino di Andrea Laszlo De Simone c’è un profondo amore per le atmosfere nostalgiche e rétro. Immensità è un disco antistorico già a partire dall’idea: è una suite in parte strumentale e con molti archi, che sembra suonata dall’orchestra di una trasmissione televisiva degli anni sessanta. Eppure in brani come La nostra fine e Conchiglie trovi sempre melodie in cui perderti. È difficile non avere un contatto emotivo con questa musica, non restare invischiati nella sua nostalgia.
Brani chiave: La nostra fine, Conchiglie

9. Mahmood, Gioventù bruciata
Soldi è un grande singolo, una canzone che ha meritato di vincere il festival di Sanremo al posto del mediocre brano di Ultimo (il televoto non la pensava così, pazienza). Ma Mahmood, assistito dai produttori Dardust e Charlie Charles, non è solo Soldi. È un artista di talento, con una voce versatile e una forte personalità, in grado di arricchire anche i brani di altri artisti (Calipso è stato il singolo pop dell’estate, per esempio). Gioventù bruciata è un ottimo disco, ma lui può fare anche meglio.
Brani chiave: Soldi, Anni 90

10. Priestess, Brava
Priestess se lo dice da sola che è brava, ma ha tutte le ragioni per farlo. Il suo flow è impeccabile, sa anche cantare bene (ascoltare Fata Morgana e Monna Lisa per credere). Dopo aver pubblicato una serie di singoli interessanti, ha dimostrato di avere le spalle abbastanza larghe per reggere la prova dell’album. Brava è un affresco di figure femminili e ognuna di loro rappresenta un pezzo della personalità della rapper pugliese. Prova superata.
Brani chiave: Brigitte, Crudelia