Volete giustizia? Avrete la guerra! Non c’è bisogno di avere un dottorato per capire a che gioco stanno giocando da qualche giorno le due formazioni sciite del Libano, Amal e soprattutto Hezbollah. Il metodo è nel dna del partito, che lo usa ogni volta che si sente minacciato.

Da anni Hezbollah ripete a chi è ancora abbastanza ingenuo da credergli che le sue armi sono uno strumento al servizio della “resistenza”, un mezzo per proteggere il Libano dalle aggressioni esterne. Ma quelle stesse armi gli permettono di tenere tutto il paese sotto la minaccia della guerra civile e di prenderlo in ostaggio ogni volta che si sente in pericolo.

L’aspetto peggiore della storia è che il resto del Libano è costretto ad agire nello stesso modo di Hezbollah, secondo una logica settaria e paramilitare che non lascia spazio al compromesso

Lo ha fatto nel dicembre 2006, dimettendosi dal governo di Fouad Siniora e incitando le manifestazioni per rovesciarlo. L’obiettivo era impedire la creazione di un tribunale internazionale che indagasse sull’omicidio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri. Nel maggio 2008 si è spinto ancora più in là invadendo Beirut dopo la decisione del governo di smantellare la rete di sicurezza dell’organizzazione. Poi nel 2011 facendo cadere l’esecutivo di Saad Hariri, che non voleva rinunciare al tribunale internazionale. E ancora nel 2019 portando i suoi sostenitori nelle strade per spaventare i manifestanti e stroncare sul nascere la rivoluzione.

Il partito usa sempre tre metodi: diffamazione, minacce e intimidazione. Tutti gli oppositori sono assimilati a degli agenti al servizio delle ambasciate nemiche. Tutti i mezzi sono buoni per mettere a tacere un avversario. Tutti gli atti di forza devono ricordare chi comanda. Hezbollah ha deciso che non ci sarà alcuna inchiesta sulla doppia esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, che ha provocato almeno 218 morti e più di settemila feriti. O che comunque non potrà riguardare alcun responsabile sciita né le numerose zone d’ombra che potrebbero chiamare in causa il partito. Chi ha importato il nitrato d’ammonio che ha causato l’esplosione? Chi ha deciso il suo stoccaggio a Beirut? Che relazioni ha Hezbollah con i tre uomini d’affari siriano-russi, vicini al regime siriano, che si nascondono dietro l’azienda Savaro Limited, proprietaria del carico?

La formazione sciita sembra disposta a tutto pur di avere la meglio su Tareq Bitar, il giudice che guida le indagini e che ha avuto l’infelice idea d’incolpare persone vicine al partito (le quali erano al corrente della presenza del materiale esplosivo al porto e non hanno fatto niente) e di mostrarsi troppo curioso. Come la leadership sunnita, Hezbollah rimprovera al giudice di avere un approccio arbitrario, che risparmia la presidenza cristiana in virtù dell’immunità conferitagli dalla sua carica. Ma se il partito ha mandato una minaccia diretta a Bitar, se il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha seriamente alzato i toni durante il suo ultimo discorso, e se insieme al partito sciita Amal ha organizzato una protesta contro il giudice è perché la posta in gioco è troppo alta per Hezbollah. Chiaramente la formazione sciita ha paura dell’inchiesta. Così come temeva l’indagine condotta dal tribunale internazionale che aveva individuato in uno dei suoi esponenti, Salim Ayyash, il capo del gruppo responsabile dell’attacco contro Rafiq Hariri.

Non c’è nulla di più pericoloso della giustizia quando si vuole nascondere l’aspetto più criminale della propria natura paramilitare, visto che il partito è accusato di essere coinvolto nella campagna di omicidi che c’è stata in Libano dall’inizio degli anni duemila fino al 4 febbraio 2021, il giorno dell’uccisione dell’intellettuale e attivista Lokman Slim.

Da molto tempo Hezbollah non è più solo uno stato nello stato, ma anche uno stato al di sopra dello stato. È Hezbollah a decidere la pace e la guerra: manda i suoi uomini in Siria per combattere al fianco di un regime sanguinario; paralizza lo stato per nominare il suo alleato principale alla presidenza; rifiuta la sconfitta alle urne e impone il suo diritto di controllo su tutti i dossier; importa il petrolio iraniano nell’illegalità totale e si rallegra di sostituirsi a uno stato che in gran parte ha contribuito a distruggere.

L’aspetto peggiore della storia è che il resto del Libano è costretto ad agire nello stesso modo di Hezbollah: secondo una logica settaria e paramilitare che non lascia spazio al compromesso, mentre lo scontro frontale e totale elimina ogni possibilità di dialogo. Con il partito non possono esserci battaglie politiche, o è guerra civile o sottomissione. È la sua arma principale: aver fatto credere alla propria comunità che un suo indebolimento, o peggio una sua scomparsa, implicherebbe una sfida esistenziale per il paese. E aver fatto della logica del “noi contro loro” molto di più di uno slogan, una religione. Neutralizzando così l’unica strategia che potrebbe nuocergli davvero: non cedergli e allo stesso tempo tendere una mano alla comunità sciita, da troppo tempo marginalizzata. ◆ fdl

Anthony Samrani è un giornalista libanese. È il vicedirettore del quotidiano L’Orient-Le Jour, per il quale ha scritto questo articolo.

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati