**◆ **Il cielo è azzurro, il pianeta pure, avanza la bella stagione. Come avanzava anche due secoli fa, nel 1826, tra il 19 e il 22 aprile, a Bologna, quando Leopardi progettò, in un appunto dello Zibaldone, un’altra sua probabile operetta morale. Non la scrisse mai, ma l’intenzione c’era. Voleva fingere di aver trovato frammenti dell’opera di un filosofo antico, eventualmente indiano, dove all’ottimistico “tutto è bene” di Leibniz si opponesse un suo pessimistico “tutto è male”. Disgraziatamente di quel progetto abbiamo solo una splendida pagina in cui ci invita a entrare in un giardino di piante, erbe, fiori, guardando oltre le apparenze festose. Leggetela o rileggetela, è un antidoto contro gli abbagli. Per quanto il giardino sia ridente, in ogni angolo c’è patimento. La rosa, offesa dal sole, si corruga, appassisce. Le industriose api, per darci il “dolce mele”, fanno strage crudele di gigli e fiorellini. Tutta la verzura è morsicata, punzecchiata, stracciata da formiche, bruchi, lumache, zeffiri. La donzelletta sensibile e gentile sterpa e frange steli. Noi stessi, a passeggio, straziamo erbe coi nostri passi. Sicché ciò che in principio ci sembra “un soggiorno di gioia” alla fine è ben peggio di un “cemeterio”, è “un vasto ospitale”. Ma intanto, di rigo in rigo, il nostro sguardo si è educato, è cresciuta la pietà, stiamo più attenti a dove mettiamo i piedi.

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati