◆ Fosse per me porterebbero ancora gli apparecchi di mantenimento la notte, ma è evidente che li hanno lasciati in Italia. Quando li incrocio al Tibo – libreria e caffè – il sabato dei loro ritorni, prendono l’aperitivo, oppure un libro da leggere mentre sono qui. Ci abbracciamo, noto con una sola occhiata i piccoli assestamenti dei loro gruppi frontali, un incisivo inferiore un po’ affollato. Sono i miei ex pazienti e sono i nostri expat . Alessandro, funzionario della Commissione europea, vive a Bruxelles, Giulia è dottoranda in neurobiologia a Heidelberg, Francesco ingegnere a Monaco di Baviera. Se ne sono andati per necessità e per scelta. Hanno delle carriere importanti, ma li ricordo bambini a cui raccontavo di improbabili vermetti che gli rosicchiavano i molari di latte. Vengono a trovare i genitori e il paese che li ha visti crescere. Li guardo con ammirazione e un po’ di invidia per le loro città, dove tutto funziona meglio, immagino, e la qualità dell’offerta culturale è alta. L’ultima volta in inverno ho trovato la Germania un po’ cupa, però. In quale città europea vorrei vivere, mi chiedo tornando a casa a piedi, dopo averli salutati. Da figlia unica non ho voluto lasciar soli i miei genitori. E ne ho avuti di apparecchi da montare, restando nel paese. Ho apprezzato quello che c’era: la montagna e i boschi, questo cielo. A pensare la propria vita altrove s’impara da bambini.
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati




