**◆ **In certi periodi mi sono illusa. Riguardo al consumo culturale sembravamo avere tutti gli stessi diritti. In provincia venivano finanziati progetti teatrali diffusi, arrivavano concerti e spettacoli di rilievo. Ora i pochi fondi sono dirottati su grandi eventi che sviliscono la nostra identità riducendola a macchietta folcloristica di una storia autentica. Dalle mie parti per esempio siamo ancora le donne che ballano con le conche di rame in testa, siamo il popolo a cui odora il baffo di arrosticini. Panem et circenses . Che gli vuoi dire ai nostri giovani expat : hanno fatto bene. Fuori hanno trovato non solo un lavoro adeguato, ma anche una qualità del tempo libero. Fanno bene quelli che resistono. Tra mille ostacoli s’inventano qualcosa sul posto. Poi c’è questo moto inverso a smentire, in parte, il mio pessimismo sullo spopolamento: gli expat al contrario. Lasciano le città europee e comprano casa nei nostri borghi. Amano la vita lenta, il silenzio, il cibo fresco a costi accettabili. Lavorano da queste stanze con le montagne nelle finestre. Vanno e vengono, come le nuvole. Passano qui le belle stagioni, con un’idea più fluida dell’abitare. Si curano i denti nei nostri studi. Nel mio quartiere, qui a Penne, c’erano solo anziani, ora è un quartiere internazionale. Inglesi, maltesi, danesi, ragazzi nordafricani impiegati nell’edilizia che condividono la casa. Viviamo tutti nell’eterna ricerca di ciò che ci manca.

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati