La vicenda di Renatino, il dipendente del Parmigiano Reggiano che in uno spot rivendica di lavorare 365 giorni all’anno, ha acceso ore di lotta di classe come non se ne vedevano dall’ultimo governo Amato. L’accusa è di aver mostrato lo sfruttamento del lavoro come una cosa bella. La difesa è che quella roba lì si chiama passione, e poi è una pubblicità, finzione, iperbole. Simile la scelta di Amazon: voce fuori campo del magazziniere (di origini straniere) grato all’azienda perché può mandare i soldi alla sorella disabile, che vediamo comparire in un’immagine. Sembra un documentario. Ma è un’iperbole. E se iperbole deve essere, che lo sia fino in fondo. Invece d’imboccare la via mesta dell’esaltazione del lavoro assoluto e della pietas per gli ultimi, perché non virare verso un Renatino a 30 ore settimanali a parità di salario e in costume da bagno e un magazziniere ben pagato che in pochi anni fa le scarpe a Bezos? Perché incupirsi? Dovremmo prendere esempio dalle poste norvegesi, che per i cinquant’anni dalla depenalizzazione dell’omosessualità, si promuovono con la storia di Babbo Natale che per stare con il suo nuovo compagno delega a loro la consegna dei regali. Come dire: il servizio pubblico libera il tempo dell’amore. Peccato per quel Santa Klaus dalla barba spettinata e dall’aspetto dimesso. Insomma, salutiamo con favore ogni iniziativa per i diritti, ma li vorremmo boni. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1439 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati