Tornano i puffi. È una notizia solo perché noi adulti usiamo arbitrariamente ogni revival come una piccola vendetta sul presente. La prova è che a ritrasmetterli non è un canale per bambini ma la generalista RaiPlay. Rivincita del servizio pubblico per un cartone che fece la fortuna della commerciale Italia1 e che, al grido di: “Aridatece i puffi”, servì da pungolo per il decreto “salva Fininvest” di Craxi. Eravamo giovani inquieti e scatenammo intorno alla comunità di gnomi un ampio dibattito. Qualcuno ravvisò nella creazione del belga Peyo un riferimento alla massoneria: il blu dei figli di Dio, la posa da Gelli del Grande Puffo, e il primo episodio dedicato alla ricerca del flauto magico, evocazione del “fratello” Mozart. Coincidenze. A primeggiare fu l’idea che quella comunità di uomini liberi guidati da un leader barbuto e minacciati dall’avido imperialista Gargamella fosse una chiara rappresentazione del sogno comunista impreziosito da spunti lisergici, con le case a forma di fungo. Una comune fondata sull’autonomia dei legami e del linguaggio: “Io voglio il puffo di tutti e mi pufferò sino alla morte perché la puffa regni tra voi”. In un saggio, Umberto Eco si chiedeva se la lingua puffa conferisse ai puffi un contatto più profondo con la totalità delle cose o li limitasse invece nella comprensione corretta della realtà. Nella risposta, forse, si annida l’immagine degli adulti che siamo diventati o, meglio, puffati. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati