Nella storia delle scienze cognitive animali diventò famoso un pappagallo che si chiamava Alex. Su di lui in rete si trovano centinaia di video, articoli, libri. Era in grado di contare decentemente, distingure informazioni rilevanti, chiedere in un inglese perfetto di fare una doccia quando era accaldato. Lo stress dell’essere un esperimento vivente lo ha fatto morire prima del tempo, con grande dispiacere di tutti noi che avevamo scoperto che era più intelligente di un bambino di circa tre anni. Alex era, come dicono i filosofi della mente, un essere complesso: pensava, parlucchiava e aveva le sue preferenze sui piaceri e i dolori del mondo. Sbugiardava l’affermazione di Cartesio secondo il quale “gli animali sono macchine”. E demoliva un’altra idea del filosofo francese: che l’essere umano sia un’entità morale perché connesso in modo privilegiato a dio. Quale dio farebbe esperimenti atroci e faticosi su un individuo con l’intelligenza e i sentimenti morali del povero Alex? Che senso ha scoprire che siamo davanti alla complessità, se poi il massimo che sappiamo fare per soddisfare la nostra curiosità è abusarne? Forse Cartesio pensava a una divinità diversa, un dio-umano o un dio-profitto, che trova il modo per scatenare un calvario per gli esseri viventi lì dove un essere angelico si fermerebbe a contemplare meraviglie. Chissà cosa dirà Alex, ora che è letteralmente volato in cielo, ai suoi amici nel paradiso dei pappagalli: beati voi, ritenuti stupidi, che siete stati salvati. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1490 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati