Paolo Pintacuda
Jacu
Fazi, 152 pagine, 16 euro

Scurovalle, 12 dicembre 1899: Vittoria, 22 anni, da poco vedova, dà alla luce un bambino prematuro, l’ultimo figlio del secolo. Secondo un’antica credenza popolare il bambino, Jacu, “avrebbe posseduto il dono di curare ogni malattia, con il nudo tocco delle mani”. La sua vita è raccontata con l’espediente del narratore esterno che ne ricostruisce le vicende attraverso testimonianze, documenti, scambi epistolari, in un ricco, sebbene lento, avvicendarsi di personaggi e guarigioni miracolose. Jacu cresce accolto dai paesani come un salvatore prima ancora che un neonato, e fin dall’inizio il suo destino è aggrovigliato con la leggenda e la realtà, il disprezzo e la stima. Ha davvero poteri taumaturgici o è solo un mistificatore? La ricerca della verità storica a tratti sembra sopraffare il piacere di raccontare una vicenda fine a se stessa. Nel suo esordio letterario, Paolo Pintacuda, sceneggiatore nato a Bagheria nel 1974, si serve di una lingua classica, ricercata e molto raffinata, per annotare le cronache di una comunità antica, inserita tra le
pieghe della superstizione e della malafede. Alle sue porte e al suo interno, una guerra. La prima guerra mondiale, che porterà Jacu al fronte, e quella interiore che lo accompagna fin da quando la madre Vittoria lo ha messo al mondo. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati