Per la prima volta dal 1647, nei giorni scorsi nel Regno Unito è stato arrestato un componente della famiglia reale. Non perché accusato di reati sessuali ma per aver rivelato segreti di stato alla persona che gli aveva fornito le vittime di quei crimini, Jeffrey Epstein. Negli Stati Uniti l’indignazione pubblica sulla vicenda dell’ex finanziere ha costretto il governo a rendere accessibili i documenti, tra cui le email scambiate tra Andrew Mountbatten-Windsor ed Epstein, ora al centro d’indagine penale.

L’arrestato, precedentemente noto come principe Andrew, è stato accusato da Virginia Giuffre di aver avuto rapporti sessuali con lei quando era una minorenne vittima della tratta di Epstein. Lui ha sempre negato di aver commesso illeciti. Fino al suo arresto per abuso d’ufficio, solo la sua famiglia lo aveva chiamato a rispondere dei rapporti con Epstein, continuati anche dopo la condanna del finanziere nel 2008 per adescamento per prostituzione di una minorenne. “Oggi i nostri cuori spezzati hanno trovato sollievo alla notizia che nessuno è al di sopra della legge, neppure chi fa parte della famiglia reale”, ha dichiarato la famiglia di Giuffre.

Alcuni uomini famosi sono stati incriminati, ma questi reati sono solo una minima percentuale della pandemia globale di abusi

Tuttavia, mentre i processi britannici devono ancora cominciare, altri uomini sono ancora protetti dalle conseguenze dei loro crimini e dalle testimonianze delle vittime. La spiegazione più semplice del comportamento furioso e frenetico del presidente Trump dalla scorsa estate è che ha molto da nascondere, e la ministra della giustizia Pam Bondi si è dimostrata ansiosa d’insabbiare tutto per aiutarlo.

Senza il movimento femminista la sequenza di eventi che ha portato all’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor non si sarebbe mai verificata. Questo ci ricorda che il femminismo è potente e perfino trasformativo, il motivo per cui c’è tanta resistenza da chi trae vantaggio dalle vecchie disuguaglianze e dai vecchi silenzi, che in fin dei conti sono la stessa cosa.

Ricostruiamo le tappe fondamentali che hanno portato all’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor. Intorno al 2013 si è levata a livello globale la protesta femminista per la violenza contro le donne e la misoginia. Tra le prime cose di cui si è parlato ci sono stati i presunti abusi commessi da Woody Allen e Bill Cosby.

Questo ha dato origine a un intenso dibattito pubblico e a una campagna di educazione su come avvengono questi crimini e su come le vittime sono messe a tacere con minacce, colpevolizzazione, accordi di riservatezza, o dalla prospettiva realistica di non essere credute o, se anche lo fossero, di non vederne le conseguenze.

Questa educazione pubblica sul perché i crimini spesso non sono denunciati o le denunce non portano a nulla ha creato una nuova sensibilità nei confronti di storie che per molto tempo erano state messe a tacere. È interessante notare che gli uomini, da Bill Cosby a Jeffrey Epstein, da Sean Combs all’osteo­pata delle ginnaste statunitensi Larry Nassar fino al produttore cinematografico Harvey Weinstein, prima di essere incriminati avevano commesso per decenni crimini con conseguenze minime. E alla fine sono stati arrestati solo perché una società che si era a lungo rifiutata di ascoltare le vittime era finalmente pronta a farlo.

Il caso Epstein ha smascherato l’attività di un’élite maschile che ha coltivato i suoi rapporti con uno stupratore

Un ruolo importante è stato giocato anche dalle precedenti ondate di femminismo, che avevano messo le donne nella posizione di poter decidere chi conta e cosa è vero, che gli avevano permesso di diventare giudici, avvocate, direttrici di giornali e produttrici cinematografiche, dirigenti di istituzioni e funzionarie elette. Queste ondate, inoltre, avevano dato a molti uomini gli strumenti per trattare le donne come esseri umani con dei diritti da rispettare.

E così un gruppo di uomini famosi è stato incriminato e condannato, ma questi reati sono solo una minima percentuale della pandemia globale di abusi sessuali, censura e traffici che per lo più rimangono impuniti.

Il movimento #MeToo è emerso nel 2017 e spesso viene considerato l’inizio di qualcosa e discusso in modo isolato, mentre era il risultato di un lavoro cominciato anni prima. Il #MeToo non è stato neppure l’inizio degli scandali sugli abusi sessuali delle celebrità, dato che le accuse contro Woody Allen, amico di Jeffrey Epstein, e molti altri nel mondo dell’atletica, della politica e dell’intrattenimento erano state già diffuse.

Una giornalista ha raccontato che il suo direttore aveva bocciato la sua proposta di scrivere un articolo sugli abusi sessuali seriali di Harvey Weinstein, ma che nel 2017 qualcosa era cambiato. Nell’autunno di quell’anno Megan Twohey e Jodi Kantor del New York Times e Ronan Farrow del New Yorker hanno pubblicato quasi in contemporanea delle rivelazioni su Weinstein (l’inchiesta di Farrow era stata precedentemente cestinata dalla Nbc).

Tutto questo ha aperto nuove porte e presumibilmente ha spinto la redazione del Miami Herald a sostenere la giornalista Julie K. Brown, che voleva fare un’inchiesta su Jeffrey Epstein, tornato a piede libero con uno scandaloso sconto di pena per i suoi reati sessuali contro alcune bambine. Sono stati i risultati di quell’inchiesta a provocare la caduta dell’ex segretario al lavoro di Trump, Alexander Acosta, che da procuratore in Florida era stato responsabile del “patteggiamento d’oro” che il finanziere aveva ottenuto nel 2008. Quella denuncia ha portato all’arresto di Epstein in New Jersey il 6 luglio 2019. Grazie a Brown, che si era conquistata la fiducia di decine di vittime dando rilevanza alle loro storie, l’opinione pubblica è venuta in parte a conoscenza della reale portata dei crimini del finanziere.

Le donne meritano di avere diritti e una voce? È il conflitto tra i due sistemi che plasmano la nostra società; in un sistema i diritti ci vengono riconosciuti, nell’altro no. E se l’amministrazione Trump e i suoi alleati avranno la meglio, a prevalere sarà quello in cui non abbiamo né voce né diritti. Vari esponenti dell’estrema destra, tra cui Nick Fuentes, e alcuni uomini di chiesa che compaiono in un video condiviso dal segretario della difesa Pete Hegseth, sostengono addirittura che le donne non dovrebbero votare né avere diritti riproduttivi e altre forme di uguaglianza e autonomia.

La vasta rete di stupri messa in campo da Epstein, insieme allo sfruttamento del mondo della moda e dei concorsi di bellezza in cui lui e Trump sguazzavano, potrebbe essere descritta come un sistema dove le donne sono trattate come trofei, merci, oggetti da scambiare sul mercato (quasi) libero, ricompense, tangenti, prestatrici di servizi, animali domestici, tutto tranne che esseri umani. Nella sua autobiografia postuma Virgina Giuffre, vittima di Epstein, racconta: “Gli piaceva dire ai suoi amici che le donne sono semplicemente ‘un sistema di supporto vitale per la vagina’”.

I crimini sessuali al centro di tutto questo erano una rappresentazione rituale dell’idea che il finanziere e i suoi amici imprenditori avessero diritti, privilegi e poteri illimitati, mentre le vittime non ne avessero affatto, come accade nella maggior parte degli stupri. È l’applicazione e l’imposizione della disuguaglianza. Altri uomini (talvolta aiutati da donne come Ghislaine Maxwell) hanno commesso azioni che sono reati per i nostri sistemi giuridici, ma sono celebrazioni della loro impunità nella cultura della misoginia. Uno di questi, che Epstein chiamava il suo “migliore” amico, è il presidente degli Stati Uniti.

Il caso di Jeffrey Epstein ha smascherato l’attività di un’élite prevalentemente maschile che ha continuato a coltivare i suoi rapporti con uno stupratore condannato. Non sorprende affatto che molti degli uomini al centro di questa rete criminale fossero nomi di spicco della finanza, perché il capitalismo, se portato alle sue estreme conseguenze, trasforma tutto in una merce senza vita e demolisce i diritti che interferiscono con i profitti, che siano i diritti dei lavoratori, dei poveri colpiti dalla lenta violenza della devastazione ambientale, di quelli delle donne, dei bambini o della natura. Il traffico è un commercio di beni illegali, e il traffico sessuale trasforma gli esseri umani in merci.

Il femminismo può essere descritto come una lunga campagna per rivendicare i diritti, la libertà e la dignità persa sotto il patriarcato. Nei giorni scorsi ha ottenuto un risultato. Il lavoro continua. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul Guardian.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati