La confusa spiegazione di Donald Trump per l’intervento in Venezuela ha dato l’impressione che la rimozione del presidente illegit­timo Nicolás Maduro vada spiegata con la necessità degli Stati Uniti di accedere alle riserve petrolifere venezuelane. Washington però non ha più bisogno di fare guerre per il petrolio: dopo gli attentati dell’11 settembre, che sono stati il pretesto per fare la guerra in Iraq, le importazioni di greggio dall’estero erano di undici milioni di barili al giorno. Poi sono successe due cose: il picco del prezzo del petrolio prima della grande crisi finanziaria del 2008 ha spinto gli investimenti e quindi la produzione, mentre la recessione successiva ha ridotto la domanda. All’improvviso c’era troppo petrolio, e il prezzo scendeva proprio mentre si affermava la sensibilità ambientale che ha portato a incentivare le fonti rinnovabili. Infine è arrivata la pandemia. Risultato: dal 2020 gli Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio; nel 2024 per 2.300 milioni di barili al giorno. Quindi i giacimenti del Venezuela non servono alla sicurezza energetica degli Stati Uniti, al massimo possono garantire profitti agli azionisti delle aziende statunitensi che potrebbero sfruttarli. Su tutte la Chevron e la ConocoPhillips, tra i finanziatori della campagna di Trump nel 2024 e della cerimonia di inaugurazione. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati