Il 30 gennaio 2026 l’università Bretagne Sud ha organizzato a Vannes, nel nord della Francia, un incontro intitolato Che fare di bello con l’intelligenza artificiale? L’introduzione dei lavori è stata affidata al matematico Cédric Villani. L’evento si può recuperare online e c’è anche una collezione su NotebookLm che ho creato e si può consultare liberamente.
Il convegno è un ottimo riassunto critico delle novità più recenti sulle ia, ma anche dell’evoluzione della strategia francese per lo sviluppo e l’uso di queste tecnologie. Il governo francese aveva chiesto proprio a Villani di preparare un rapporto sulle intelligenze artificiali (For a meaningful artificial intelligence) già nel 2017 con l’ambizione di delineare la strategia sulle ia per tutta l’Europa.
Nel frattempo, però, le tecnologie statunitensi e cinesi hanno imposto il loro dominio sul settore. Nonostante ciò, il presidente francese Emmanuel Macron non ha rinunciato al tentativo di ritagliare uno spazio per la Francia, che se non altro è riuscita ad avere un modello abbastanza efficace, Mistral. Mentre scrivo questa newsletter, Mistral è al cinquantottesimo posto nella classifica generale dei large language model dell’ambiente di test lmarena di cui abbiamo parlato più volte. Prima di Mistral ci sono, ovviamente, vari modelli statunitensi e cinesi più e meno noti.
Sovranità tecnologica
Nel 2025 a Parigi sono state fatte grandi promesse di investimenti e la via francese alle ia era stata definita, un po’ pomposamente, “strategia Notre Dame de Paris”. Sempre dal 2025, la Francia ha una viceministra delle finanze per l’intelligenza artificiale e la tecnologia digitale: Anne Le Hénanff.
La viceministra era al convegno di Vannes e ha insistito molto sui temi cari a Macron: non bisogna subire le ia ma decidere attivamente come usarle; non si deve mettere in pausa la ricerca, ma costruire un’alternativa solida a Cina e Stati Uniti. L’idea è di sviluppare un’ia europea, che ricalchi valori comuni europei (sui quali, però, si è sempre molto vaghi), rispettosa dell’ambiente e basata su algoritmi trasparenti. Nel suo discorso, Le Hénanff ha evidenziato con precisione tutti gli elementi critici delle ia: che sono scatole nere amplificatrici di pregiudizi; che creano problemi al mercato del lavoro se non si trovano soluzioni innovative per le retribuzioni e via dicendo.
Ma il problema delle soluzioni rimane. Lou Welgryn, la segretaria generale della fondazione Data for good, ha ricordato, sempre a Vannes, che il concetto stesso di sovranità tecnologica rischia di essere velleitario. La costruzione di un enorme numero di data center (centri di calcolo: la Francia ne prevede 63) sul proprio territorio non è affatto garanzia di sovranità. L’ecosistema digitale, infatti, è invischiato in una catena di dipendenze molto più profonda, di cui le ia rappresentano solo l’ultimo strato.
Una vera riflessione sulla sovranità, ammesso che sia necessaria, deve analizzare ogni anello di questa catena globale: i cavi sottomarini per la trasmissione delle informazioni; le infrastrutture per i dati e i software; l’estrazione dei metalli necessari per l’hardware e l’intero processo produttivo. E poi, come ha ricordato Welgryn, molti dei data center in Francia saranno costruiti o gestiti da operatori stranieri, principalmente statunitensi, soprattutto per quanto riguarda i dati nel cloud.
La sociologa Isabelle Collet, invece, ha affrontato i pregiudizi di genere e il problema dell’inclusione. Ha sottolineato come le ia contemporanee siano state progettatate da una popolazione omogenea (maschi bianchi). Un punto di vista monolitico porta automaticamente con sé discriminazioni algoritmiche. Laurence Devillers, esperta di interazioni fra umani e macchine della Sorbona, ha messo in guardia contro l’antropomorfismo e la fiducia cieca negli strumenti e ha proposto l’idea di una “posologia delle ia”: come per i farmaci, dovremmo avere protocolli per valutarne gli effetti collaterali, specialmente sulla salute mentale e sui bambini, invece di rilasciarle al pubblico senza istruzioni.
Ada Ackerman, del Centre national de la recherche scientifique (Centro nazionale della ricerca scientifica francese) ha mostrato come le ia possano essere usate per creare contro-storie e per rimediare a ingiustizie storiche attraverso le opere d’arte. L’artista Maera Feran, per esempio, ha usato le ia per generare foto d’archivio fittizie di coppie di donne nere omosessuali. Con idee come questa, immagini che non esistono negli archivi diventano strumenti di resistenza per visualizzare potenzialità o realtà mai documentate.
Marie-Paule Cani dell’École polytechnique ha parlato della co-creazione con le macchine nell’ambito grafico e creativo. Se le ia generative vengono usate in maniera banale e poco consapevole possono contribuire all’appiattimento culturale (che comunque è già tipico del mercato culturale, ndr).
La ricercatrice Charlotte Peltier ha mostrato come usare le ia per osservare la Terra analizzando enormi quantità di dati satellitari, impossibili da esaminare altrimenti, per controllare la deforestazione in Amazzonia o le inondazioni, trovando cambiamenti che l’occhio umano non riuscirebbe a individuare.
Justine Lipuma della Mycophyto ha raccontato che la sua azienda usa le ia per l’analisi di dati di terreni e per trovare giuste combinazioni tra funghi e piante specifiche per rigenerare i suoli agricoli, riducendo l’uso di acqua e fertilizzanti.
Mathilde Radec dell’azienda Le Gouessant ha spiegato che le ia permettono di controllare la salute degli animali in allevamento.
A parte l’intervento più politico allineato con la visione governativa, insomma, le critiche mirate e le proposte pratiche che si sono ascoltate in questo convegno hanno rivelato un dibattito sulle intelligenze artificiali molto alto rispetto a ciò che si sente, per esempio, in Italia. E anche interessanti applicazioni pratiche degli strumenti. Lavorando da tempo su questi temi e avendo un ministero dedicato, la Francia sta riuscendo – se non altro da un punto di vista di immagine e racconto – a proporsi come guida per le intelligenze artificiali europee.
Ma i miliardi promessi a Parigi secondo un modello, poi rilanciato da Draghi, che prevede grandi investimenti privati a fronte di un impegno pubblico minimo, per ora non si vedono. E questo stesso modello ha già mostrato tutti i suoi limiti in passato.
Così, da un paio di settimane, Macron sembra aver cambiato strategia. Non ha abbandonato quella visione coloniale che continua a proporre l’Europa come una potenza geopolitica che può sistemare i problemi del mondo, ma ha proposto di investire sulle ia ricorrendo al debito comune europeo. “Abbiamo tre battaglie da condurre: la sicurezza e la difesa; le tecnologie e la transizione ecologica; le intelligenze artificiali e i computer quantistici”, ha detto in un’intervista a Le Monde. “In tutti questi settori investiamo molto meno rispetto a Cina e Stati Uniti. Se l’Unione europea non fa nulla nei prossimi anni, sarà spazzata via da questi settori”.
Questo cambio di passo francese è piuttosto interessante perché va verso la direzione della ricerca pubblica. Però è già stato bocciato dalla Germania. Da sola, la Francia non riuscirà a tener testa alle grandi aziende statunitensi e cinesi. Come lei, non potranno farlo gli altri paesi dell’Unione europea. Eppure, a quanto pare, nemmeno l’ossessione per le spese militari e la rinnovata retorica europeista nel nome della difesa comune fanno sì che Macron trovi alleati in questa strada. Per il momento, dunque, la Francia deve accontentarsi di ospitare un dibattito pubblico di qualità molto alta e di portare avanti buone sperimentazioni per le applicazioni pratiche. Considerati altri esempi, anche nostrani, non è comunque poco.
Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.
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