30 novembre 2022 14:51

Fin dalla sua fondazione nel 1971, il piccolo emirato del Qatar ha puntato a “essere presente sulla cartina geografica”, farsi conoscere e riconoscere per potersi proteggere dai suoi potenti vicini e nemici, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Con l’emittente televisiva Al Jazeera, lanciata nel 1996, Doha si è proposta come alternativa alla narrazione occidentale, creando una “Cnn araba”, particolarmente seguita al livello globale durante l’invasione statunitense prima dell’Iraq e poi dell’Afghanistan.

Per il mondo arabo democratico la tv qatariota è stata cruciale nel dare conto delle primavere arabe del 2011, essendo stata l’unica emittente araba indipendente a trasmettere quello che succedeva nelle piazze della regione, tra i manifestanti che chiedevano libertà, pane e dignità. Al Jazeera è sempre stata progressista, quando si tratta di occuparsi di eventi al di fuori delle sue frontiere. Si è inoltre schierata con i Fratelli musulmani della regione contro le forze sponsorizzate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Inoltre, con la versione inglese di Al Jazeera lanciata nel 2006 il Qatar è partito alla conquista dell’opinione pubblica occidentale. I mondiali a Doha nel 2022 sono l’apogeo di questa strategia. Esistere, ma soprattutto cambiare lo sguardo globale non solo sui suoi 400mila abitanti, ma quello su tutti i popoli della regione.

Supremazia bianca e orientalismo
Oggi l’impero mediatico qatariota conta una decina di testate tra televisioni, giornali e social network, e durante i mondiali di Doha dai giornali parzialmente sponsorizzati dall’emirato fioccano le accuse all’Europa colpevole di orientalismo e di un “complesso di superiorità morale”. Secondo Feras Abu Helal, caporedattore del giornale Arabi21, “le critiche alla Coppa del mondo in Qatar presentano un misto di supremazia bianca e di orientalismo, con tanto di commenti sulla ‘coppa del mondo nel deserto’ e cammelli”. Anche se gli europei hanno una forte tradizione di calcio e le loro squadre nazionali hanno vinto più coppe di qualsiasi altro continente, oggi il “calcio è un gioco globale”, sottolinea Abu Helal, ed è tempo che gli europei “accettino che la coppa sia giocata in diversi paesi e continenti”.

Questa visione del Qatar come di una terra di barbarie è “uno spettacolo autocelebrativo, ma incoerente, di superiorità morale”, aggiunge Imran Mulla su Middle East Eye.

I social network sono pieni di immagini in cui i tifosi arabi esprimono la loro solidarietà alla Palestina, a dispetto delle politiche dei loro governi

Le risposte all’arroganza europea nei confronti del mondo arabo sono comparse su diversi altri giornali del Medio Oriente. Sul panarabo Al Quds, il giornalista yemenita Mahmoud Gamyi accusa l’eurocentrismo di credersi ancora e sempre l’unico “asse attorno a cui ruota la civiltà”. Gamyi osserva che la forza della proposta qatariota è di aver ridato onore alla cultura araba, nomade, mortificata dal colonialismo.

Un esempio di questa cultura è lo stadio Al Bayt, ispirato alla tenda beduina, che illustra quanto i qatarioti siano riusciti a presentare il loro patrimonio senza “provare alcun senso di inferiorità”. E se molti europei sono vittime delle “distorsioni mediatiche, cinematografiche e accademiche che mirano a imprigionare arabi e musulmani in quadri stereotipati” (come ampiamente approfondito da Edward Said, l’arabo è sempre ritratto nella sua tenda), Doha fa vedere al mondo che questa “tenda araba che prima si spostava alla ricerca di acqua e pascoli, oggi è diventata fissa. Ormai sono l’acqua e i pascoli a venire in Qatar da diverse parti del mondo. Dopo secoli in movimento, si è giunti a una fase di stabilità, con tutto quello che comporta in termini di civiltà, stabilità, apertura e modernità”.

Durante la cerimonia di apertura, il Qatar, continua Gamyi, ha anche saputo trasmettere i principali messaggi spirituali dell’islam al mondo: con il versetto coranico sull’unica origine di tutto il genere umano, ha legato il messaggio spirituale dell’islam al rifiuto di ogni forma di razzismo, arroganza e altri stereotipi espressi da chi attacca il paese arabo e islamico, perché in fondo non accetta che la Coppa del mondo sia organizzata in questa “selvaggia periferia geografica” lontana dalla “sacra geografia centrale”.

Nozze panarabe
Fuori del Qatar, la stampa araba nota quanto l’evento sportivo abbia risvegliato i grandi fondamenti del panarabismo, l’ideale di unione araba in opposizione alla divisione del mondo arabo creato dalle frontiere delle mappe coloniali. Il quotidiano Al Quds titola in copertina: “Apertura storica che incarna il sogno arabo e abbaglia il mondo”. Malgrado decenni di divisioni e guerre, l’editorialista Ibrahim Darwish nota che per la vittoria dell’Arabia Saudita ci sono state celebrazioni ovunque nella regione, al Cairo, ad Amman, a Fallujah, in Iraq, e addirittura presso gli houthi dello Yemen in guerra contro l’Arabia Saudita, “perfino i tanti arabi che detestano la politica estera saudita hanno applaudito la vittoria”.

La copertura televisiva di Al Jazeera in arabo è tutta indirizzata a mostrare che questi mondiali sono quelli del mondo arabo e non solo del piccolo emirato. I giornalisti inviati si dilettano a mostrare i matrimoni tra persone di diverse nazioni arabe, come quello tra una sposa egiziana e un palestinese davanti agli stadi di Doha mentre tunisini e algerini esortano la coppia a forza di ullalí, i tipici canti dei matrimoni del Maghreb. Quest’atmosfera festiva “incarna l’unità degli arabi nella Coppa del mondo di Doha”.

Altro elemento del panarabismo, la questione della Palestina è tornata al centro dell’attenzione. L’emirato è uno dei pochi paesi del Golfo schierati contro la normalizzazione delle relazioni con Israele, e i social network sono inondati di immagini in cui i tifosi arabi esprimono la loro solidarietà con la Palestina, malgrado i loro governi: i tifosi libanesi girano le spalle al giornalista israeliano e ricordano che il suo paese “si chiama Palestina, non Israele”, i tifosi marocchini si presentano con kefiah e magliette con la foto della giornalista palestinese di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, assassinata l’11 maggio 2022, e ricordano che “se i leader hanno firmato gli accordi di Abramo, i popoli arabi rimangono solidali alla causa palestinese”.

Riavvicinamento del golfo
A livello geopolitico, scrive Al Quds, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Doha dopo cinque anni di boicottaggio del Qatar è forse solo simbolico ma potrebbe essere importante “dato che Muhammad bin Salman sedeva accanto all’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, nella cabina reale, e lo sceicco Tamim ha salutato la vittoria sventolando la bandiera saudita. Queste relazioni politiche possono finire all’improvviso come sono cominciate, ma i piccoli gesti sono importanti, e lo sono ancora di più in Medio Oriente, dove ci ricordano quanto sia divisa la regione”.

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Per la prima volta nella storia dei mondiali di calcio, il torneo si svolge in Medio Oriente. In una regione, spiega Abdullah Al Arian professore alla Georgetown university del Qatar, che “considera il calcio molto più di uno sport”. Nel suo libro The turbulent world of Middle East soccer James Dorsey, riferimento accademico sul calcio arabo, spiega quanto questo sport equivalga a “un’arena in cui si svolgono le lotte per il controllo politico, la protesta e la resistenza, il rispetto di sé e i diritti di genere”.

Dall’inizio della loro presenza nella regione, molti club sono nati con uno spirito pro o anticolonialista, come il famoso Al Ahly del Cairo aperto nel 1907, e “sono stati motori dell’identità nazionale e della giustizia sociale”. Secondo Dorsey, lo stadio, nel mondo arabo, può essere paragonato al campus universitario – in quanto è stato a lungo terreno fertile per la rivoluzione, un “incubatore di protesta”. Gli ultrà egiziani, per esempio, sono “stati fondamentali per spezzare il ciclo di paura che aveva avvolto la società, mostrando che le forze dell’ordine non erano invincibili”. La loro esperienza di lotta con le guardie nello stadio era estranea alla classe media scesa a manifestare: “Senza la loro militanza e la loro organizzazione, il rovesciamento di Mubarak si sarebbe potuto rivelare impossibile”, conclude Dorsey. Il mondo arabo, in effetti, non è al suo primo scontro politico sul calcio.

Le ultime stoccate qatariote alle condanne europee dei mondiali sono ironiche: molti social network arabi hanno commentato “l’ignorante arroganza dei tifosi inglesi venuti a dare lezioni di civiltà vestiti da crociati”, mentre un articolo sul beerwashing di Al Jazeera intitolato “Birre, sport e uomini: la santa trinità del marketing per l’alcool” studia la cultura maschile del bere e della violenza allo stadio in Europa osservando che… potrebbe essere il momento di cambiare questa cultura.