Budapest, 2017. (Alex Webb, Magnum/Contrasto)

L’Ungheria plasmata da Viktor Orbán

Budapest, 2017. (Alex Webb, Magnum/Contrasto)
26 marzo 2019 09:50

Ventisette giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

In teoria non ci sarebbe alcun motivo per cui l’Ungheria dovrebbe essere uno dei paesi cruciali alle prossime elezioni europee. La popolazione ungherese rappresenta l’1,92 per cento di quella europea, mentre il contributo economico del paese al prodotto interno lordo (pil) dell’Europa unita non supera lo 0,8 per cento. Eppure è innegabile che l’Ungheria abbia un peso ben superiore a queste cifre quando si tratta di influenzare gli orientamenti politici.

Purtroppo, però, l’unico elemento che salva l’Ungheria dall’insignificanza è il pericolo letale che si irradia dall’ex monastero carmelitano che sovrasta Budapest. È lì che Viktor Orbán ha trasferito di recente l’ufficio del primo ministro, non prima di far costruire una grande terrazza che gli consente di osservare dall’alto il maestoso (e fin troppo paziente) Danubio e il meraviglioso (e sostanzialmente asservito) parlamento.

All’interno delle mura bianche e ingannevolmente puritane del suo ufficio, in alto sopra la città, Orbán lavora per invertire il corso della storia. La sua grande idea, infatti, è resuscitare l’Europa delle nazioni del diciannovesimo e ventesimo secolo, anche se sa benissimo che quei bei tempi sono andati per sempre. Ma a Orbán non interessa. Stiamo parlando di un uomo capace di ricorrere alle peggiori figure retoriche naziste, come quella del burattinaio ebreo, abbinando il sorriso di un ungherese sopravvissuto all’Olocausto allo slogan “Non lasciate che Soros rida per ultimo!”. L’antisemitismo e l’esaltazione dell’odio sono metodi collaudati, e Orbán non ha alcuno scrupolo morale.

Un motivo per cui quasi metà degli ungheresi continua a sostenere il regime è la paura

Ma perché l’elettorato ungherese accetta tutto questo? La risposta è triplice. In termini economici il paese sta attraversando un decennio relativamente prospero, e molte famiglie ne toccano con mano i benefici nonostante una disuguaglianza da record. Tra l’altro gli ungheresi sono ipnotizzati da storie come quella di Lőrincz Mészáros, amico d’infanzia di Orbán e tecnico del gas nel piccolo villaggio di Felcsút, che nel 2010 era un perfetto sconosciuto e oggi si piazza al posto numero 2.057 nella classifica degli uomini più ricchi del pianeta.

Gli stipendi aumentano, la disoccupazione scende e circa mezzo milione di giovani istruiti ha lasciato il paese per stabilirsi altrove in Europa. Bruxelles spende oltre quattro miliardi di euro l’anno per l’Ungheria, aumentandone il pil del 3-4 per cento. Gli ungheresi che lavorano in altri paesi europei inviano più o meno la stessa cifra alle famiglie rimaste in Ungheria. Senza questi introiti Orbán si ritroverebbe senza soldi da spendere per le sovvenzioni alla classe media e per le sue iniziative personali, che il più delle volte si riducono alla costruzione di stadi di calcio.

Il secondo motivo per cui quasi metà degli ungheresi continua a sostenere il regime è la paura. Paura del cambiamento e più precisamente paura di un’altra ondata d’immigrazione di massa dopo quella del 2015. Per il quinto anno consecutivo, infatti, il governo di Orbán porta avanti una spietata campagna antimmigrazione finanziata con le risorse statali. A trarne profitto, nelle cabine elettorali, è il partito di Orbán.

Non è tutto. Le campagne d’odio, che costano ai contribuenti ungheresi (e agli europei) milioni di dollari, finanziano l’altra creazione abominevole di Orbán, quell’[impero mediatico di destra](http://La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa) utilizzato per ingannare tutti gli oppositori e che senza questi finanziamenti sarebbe fallito immediatamente. Oltre a occupare, centralizzare e censurare i mezzi d’informazione statali, Orbán ha accorpato quasi cinquecento testate private di destra sotto l’ombrello di una “fondazione”. Con poche eccezioni, le notizie manipolate dal governo vengono trasmesse da tutte le emittenti radiotelevisive.

Realtà prefabbricata
Immaginate un bar di un piccolo villaggio dove la gente beve birra e guarda le partite di calcio, che siano i Mondiali, la Champion’s League o il campionato nazionale. Nell’intervallo tra primo e secondo tempo viene trasmesso un breve notiziario di un minuto con quattro servizi da 15 secondi l’uno: il primo racconta di un immigrato musulmano che ha accoltellato una ragazza in Francia, il secondo mostra migliaia di migranti in un campo profughi da qualche parte nei Balcani in attesa di entrare in Europa, il terzo sostiene che i burocrati di Bruxelles fanno comunella con George Soros per accogliere milioni di non bianchi in Europa e l’ultimo mostra l’Ungheria, dove regnano pace e prosperità e dove un ministro del governo taglia il nastro davanti a un nuovo mattatoio o, ancora meglio, davanti a una chiesa restaurata. Se foste gli avventori del bar, non votereste anche voi per Orbán?

A tutto questo bisogna aggiungere le contorte regole elettorali che favoriscono il partito di Orbán (che per nove anni ha vergognosamente indirizzato fondi pubblici verso una cerchia di amici e parenti), oltre alle infinite manovre per seminare la discordia tra i partiti d’opposizione. Il risultato è una situazione apparentemente senza speranze in un paese famoso per il pessimismo dei suoi abitanti.

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Ma non è detta l’ultima parola. Quest’anno gli ungheresi voteranno due volte, alle europee e poi alle comunali. I partiti di opposizione potrebbero presentarsi divisi a maggio, ma è possibile che riescano a coordinarsi prima dell’autunno. Gli elettori europei possono aiutarli sostenendo una comunità più forte basata non solo sulla prosperità ma anche sui valori e i princìpi. Poi, a sua volta, l’Ungheria potrebbe cercare di tirarsi fuori dal pantano afferrandosi per i suoi stessi capelli, per così dire.

Ma c’è un altro modo in cui l’Europa potrebbe dare una mano: inviando i suoi osservatori alle elezioni. Non dimentichiamoci che Orbán è uno che bara.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Gábor Horváth è caporedattore del quotidiano ungherese Népszava.

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