Una studente posa di fronte a una statua di Mao Zedong dopo la cerimonia di laurea a Shanghai, il 23 giugno 2017.

In Cina gli studenti marxisti non hanno vita facile

Una studente posa di fronte a una statua di Mao Zedong dopo la cerimonia di laurea a Shanghai, il 23 giugno 2017.
08 dicembre 2018 10:21

“Si stava formando un’alleanza tra gli studenti e gli operai, per questo hanno avuto paura. Per questo l’hanno ostacolata fin dal principio”.

Parlare di compagni con dei compagni, nel paese dove i leader si chiamano tra loro compagni, costringe alla clandestinità. Li chiameremo “signor Ma”, “signor Ke” e “signor Si” – che messi insieme danno la trascrizione in cinese di “Marx” – e fanno parte di quel network di marxisti cinesi, la “nuova sinistra”, che negli ultimi mesi sono stati repressi con un giro di vite senza precedenti.

Siamo nella baoxiang – la stanza privata – di un ristorante; uno dei tanti, monumentali ma trasandati, della capitale: “Magari questa conversazione è sorvegliata, ma in privato si può parlare, quello che in questo momento non possiamo fare è diffondere il pensiero critico”, mi dice il signor Ma.

Questa storia è cominciata lo scorso agosto, quando una cinquantina di studenti appartenenti a gruppi universitari di ispirazione marxista e provenienti da tutta la Cina, si sono incontrati nel Guangdong manifatturiero dove dalla fine di luglio sono in corso delle agitazioni operaie. La scintilla è stata accesa dai lavoratori della Jasic international di Shenzhen – una fabbrica di macchine per la saldatura – che volevano creare un sindacato indipendente. Gli studenti si erano concentrati a Huizhou, vicino a Shenzhen, ma prima di riuscire a unirsi agli operai, nei loro alloggi ha fatto irruzione la polizia in assetto da combattimento, è scoppiato un tafferuglio, e sono stati portati via.

Oggi, secondo un sito di supporto alle lotte dei lavoratori, le persone ancora detenute per la vicenda Jasic (Jiashi, in cinese), tra operai, studenti e militanti vari, sarebbero 32 e la repressione si sarebbe estesa di recente anche a funzionari del sindacato ufficiale, riporta il China Labour Bulletin. Tra gli attivisti ancora detenuti c’è Yue Xin, 22 anni, divenuta il simbolo della lotta alla repressione, che con la sua militanza sintetizza lotte sociali, femministe e studentesche.

La scoperta della critica marxista
Nel corso dell’autunno è apparso comunque evidente che l’attenzione delle autorità si concentra soprattutto sugli studenti (per una cronologia dettagliata, rimando al sito SupChina).

I corsi di marxismo-leninismo sono obbligatori nelle università cinesi, ma sono in aumento i gruppi di studenti che si ritrovano per sedute di studio collettivo extracurriculare, cioè fuori dell’insegnamento ufficiale. Prendono in mano i testi sacri del marxismo senza la mediazione del Partito comunista e così esercitano una critica nei confronti della crescente disuguaglianza in Cina. Il potere ti dice che il marxismo è una teoria dello sviluppo economico e che in Cina va tutto bene; tu invece ci scopri la critica della disuguaglianza e la lotta di classe.

Questa lettura critica trova terreno fertile nelle “società marxiste” delle università. Somigliano a confraternite studentesche, ma sono generalmente emanazione del partito stesso o strettamente imparentate. Per esempio, quella dell’università di Pechino, di cui fa parte Yue Xin e che è oggi nell’occhio del ciclone, è collegata all’ufficialissima Lega dei giovani comunisti. Per registrarsi nel campus, la società ha bisogno di un “consulente di facoltà” che le faccia da garante. Quando a Pechino lo scorso settembre è stata avviata la procedura, il suo precedente garante, cioè l’ex segretario della Lega nell’università, si è tirato indietro. Allora i componenti della società hanno scritto una lettera aperta in cui hanno denunciato il fatto, aggiungendo che in tutta l’università non si trovava un “consulente di facoltà” disponibile. Alla fine di settembre, il garante è stato trovato. Cosa è successo nel frattempo? Non si sa.

L’alloggio di uno studente all’università di Chengdu, nella provincia del Sichuan, novembre 2017.

Secondo alcune indiscrezioni, la Beida, cioè l’università di Pechino, avrebbe minacciato di chiudere la società marxista, perché gli aderenti praticano la dottrina cercando legami con i lavoratori e organizzandoli, invece di attenersi all’ortodossia di stato. Il che suona ridicolo o paradossale, considerando sia la natura intrinseca del marxismo sia la vocazione rivoluzionaria della più famosa università cinese, quella da cui sono più o meno cominciate tutte le rivolte del novecento. Ma anche a Nanchino, il 2 novembre, due studenti sono stati aggrediti e quindi portati via per avere guidato una protesta contro la direzione della propria università, che si è rifiutata di riconoscere una società studentesca marxista all’interno del campus.

Sparizioni alla luce del sole
Il picco della repressione è stato raggiunto nei primi dieci giorni di novembre, quando le agenzie hanno scritto che almeno 12 studenti militanti “sono scomparsi” a Pechino, Shanghai, Guangzhou, Shenzhen e Wuhan. Sono tutti militanti che hanno solidarizzato e partecipato alle proteste di lavoratori in varie zone della Cina. Le modalità di queste sparizioni sono simili, praticamente dei rapimenti alla luce del sole.

Alcuni studenti dell’università di Pechino raccontano per esempio che più di dieci persone in abiti scuri, senza identificarsi, sono arrivate nel campus universitario intorno alle 22 di venerdì 9 novembre. Hanno rintracciato Zhang Shengye, neolaureato dell’università e figura di spicco tra gli attivisti, l’hanno picchiato e poi trascinato all’interno di un’auto. Anche alcuni testimoni oculari sono stati percossi dagli uomini in nero, che gli hanno impedito di filmare la scena. Zhang stava da tempo cercando informazioni proprio sugli attivisti precedentemente arrestati e di cui si sono perse le tracce. Il mercoledì successivo, riporta l’Afp, l’università di Pechino ha inviato un messaggio a tutti gli studenti accusando i militanti marxisti di “attività criminali” e avvertendo che “se ci saranno ancora studenti che intendono sfidare la legge, se ne assumeranno la responsabilità”.

“Sai perché questi studenti fanno paura?”, mi dice il signor Ke. “Perché vengono dalle università d’élite, sono dotati e influenti. Cominciano gli studi come convinti neoliberisti, pensano alla propria carriera, alla competizione, al merito, a come farsi strada nella vita, a come fare soldi. Poi però si rendono conto che nonostante la fatica non riescono ad avere il lavoro a cui ambivano, si guardano attorno e prendono coscienza della disuguaglianza sociale. Così riscoprono Marx”.

La tradizione rivoluzionaria
Obietto che le aspettative tradite accomunano la gioventù globalizzata di tutto il mondo, però altrove sembra predominare per ora il ricorso a “zone di comfort”, rispetto alla lotta di classe: la riscoperta dei valori tradizionali, il desiderio della piccola patria.

“Ma noi abbiamo la tradizione rivoluzionaria”, dice il signor Ke sgranando gli occhi, un po’ inorridito dalla mia mancanza di perspicacia.

“Certo”, aggiunge il signor Si, “il governo insiste molto sul rilancio del confucianesimo, che ti insegna a rispettare le gerarchie e a risolvere i problemi attraverso il guanxi, la rete della famiglia allargata. E poi punta sul nazionalismo. Ma molti giovani stanno riscoprendo il marxismo, saranno il 20-30 per cento”. Ora sono io a sgranare gli occhi: mi sta parlando di percentuali altissime, che non mi sembrano corrispondere al clima che si respira in giro. Lui ride e si corregge: “Diciamo, al massimo il 20 per cento”.

Alla radice di questa rinascita – secondo i miei interlocutori – c’è quindi una causa assolutamente materiale: il rallentamento dell’economia che può aggravarsi per via della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Studenti si riparano dal sole durante una fiera del lavoro all’università di Guangzhou, nella provincia del Guangdong, 29 novembre 2018.

E poi c’è la “tradizione rivoluzionaria”, cioè tutte quelle figure che se ne stanno seminascoste negli anfratti delle istituzioni, di un partito che ancora si chiama “comunista”: uomini e donne che credono davvero al comunismo come teoria della liberazione.

“Non si vedono, ma ci sono”, dice il signor Ma.

È un mondo del sottosuolo in cui convivono vecchi quadri del partito nostalgici di Mao e docenti universitari che leggono i più avanzati testi di critica teorica. Sono loro il canale di trasmissione, sono loro che risvegliano le coscienze di millennial delusi e lavoratori migranti sfiniti, permettendo talvolta il loro incontro.

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Ecco perché fanno forse più paura dei dissidenti liberali o dei presunti separatisti etnici e il governo intende stroncarli sul nascere. Parlano la stessa lingua del partito/stato, ne smascherano le contraddizioni, interpretano in direzione diametralmente opposta il senso comune forgiato sugli slogan e sulle hongge, le canzoni rosse. Ribaltandone il significato.

Loro non parlano volentieri con i giornalisti occidentali. Sono già stati accusati dalle autorità di essere “manipolati da potenze straniere” ed è meglio essere prudenti, volare basso almeno per un po’. Tanto più che non hanno nessuna intenzione di partecipare alle critiche lanciate dai mezzi d’informazione angloamericani, i quali ricambiano volentieri non simpatizzando un granché, prendendo nota delle loro recenti tribolazioni e osservandoli come un fenomeno vagamente circense. E già, non sono mica “liberal”. Sono comunisti. Perseguitati nel paese dei comunisti.

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