Sul malecón, il lungomare dell’Avana, un’immensa bandiera cubana sventola a mezz’asta. È il primo segnale di un evento successo poche ore prima a Caracas, a duemila chilometri di distanza, scatenando una reazione geopolitica che oggi minaccia il regime cubano. All’alba del 3 gennaio un attacco statunitense ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, l’alleato più stretto del regime castrista. Nel corso dell’operazione sono stati uccisi 32 militari cubani delle forze speciali.
Il giorno prima, le celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione castrista del 2 gennaio 1959 non erano mai state così tristi. Niente soldi in tasca, niente feste spontanee, niente maiali arrostiti a ogni angolo di strada. La grave crisi cominciata cinque anni fa oggi è al culmine e ha soffocato anche l’ultimo capitale cubano, universale e gratuito: la gioia.
Anche se non c’erano state interruzioni di energia elettrica, la notte del 31 dicembre 2025, L’Avana sembrava una città fantasma, con le strade vuote e poche persone a ballare per strada. Il giorno dopo sembrava che la città volesse uscire con difficoltà da un lungo coma. Per vedere un po’ di movimento e addirittura gente in fila, bisognava andare in alcuni ristoranti inaccessibili alla grande maggioranza degli abitanti, come il Doña Alicia, un’istituzione.
Un’umiliazione
C’è ancora chi può permettersi di occupare le panche color rosso scuro di questo ristorante di stato, e ordinare da mangiare all’unico robot cameriere della città senza alzare la voce, per non farsi sentire. Il robot in realtà è sparito, forse vittima di un blackout o ucciso dalla sua stessa assurdità. Resta invece quel silenzio che indica la sorveglianza della polizia, insieme a un’abbondanza esagerata per un paese in cui la scarsità dei beni di prima necessità minaccia la vita di milioni di persone. Il 2026 a Cuba è cominciato così. Il giorno dopo le cose sono peggiorate.
La mattina del 3 gennaio le onde si infrangono con forza sugli scogli sotto il malecón. Quando sono arrivate le prime notizie da Caracas il governo ha immediatamente chiamato a raccolta la popolazione con un sms, invitando a raggiungere la tribuna antimperialista di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti come gesto di sostegno al Venezuela.
Ma non c’è più molto, né molte persone, da sostenere a Caracas, che per venticinque anni è stata il principale sostegno di Cuba, le è stata amica e alleata e le ha fornito petrolio a condizioni vantaggiose. In cambio Maduro doveva essere protetto da una guardia armata cubana, famosa per le sue qualità militari e la capacità di penetrazione nei servizi di sicurezza. Invece i cubani non si sono accorti di niente. La loro sconfitta è stata un’umiliazione. È sembrata rivelare una mancanza di competenza agli Stati Uniti, dove i sostenitori del cambio di regime a Cuba, guidati dal segretario di stato Marco Rubio, si stanno sfregando le mani.
Per questo bisognava farsi sentire davanti al bastione yankee, esibire una determinazione feroce, con un popolo pronto a combattere per salvare la reputazione di Cuba. Addestrati a questo da decenni, i manifestanti, per la maggior parte portati lì in pullman, hanno scandito slogan contro l’imperialismo. Ma senza grande convinzione. L’età media si è alzata. Si cercano invano i giovani cubani alla moda che camminano per le strade della capitale, alle prese con i problemi di tutti i giorni: l’elettricità che va e viene, la dollarizzazione dell’economia che affama una parte della popolazione, l’immondizia che si accumula, la sorveglianza maniacale delle forze di sicurezza.
Le prime dichiarazioni trionfalistiche degli Stati Uniti non hanno lasciato spazio ai dubbi sulle intenzioni di Washington, che dopo Caracas punta a un cambio di regime all’Avana. Marco Rubio, determinante per le scelte dell’amministrazione Trump nei Caraibi e in America Latina , è figlio di genitori cubani emigrati negli Stati Uniti. Anticastrista radicale, il 12 gennaio è stato indicato da Trump come possibile futuro “presidente di Cuba”.
Nelle settimane successive, attraverso dichiarazioni alla stampa o sul suo social media Truth, il presidente statunitense ha spiegato meglio lo scenario che ha in mente per far cadere un’altra tessera del domino dopo Maduro: “Non ci sarà più petrolio né denaro per Cuba. Zero!”. Si è rivolto direttamente al governo comunista dell’Avana: “Accettate un accordo! Prima che sia troppo tardi!”.
Le intenzioni degli Stati Uniti sono abbastanza chiare in quanto a brutalità, un po’ meno negli obiettivi. A Washington si pensa che il governo castrista “cadrà da solo”, come ha annunciato Trump. Come se si trattasse di aspettare la maturazione di un mango, e pazienza se questo significa scuotere l’albero per accelerare il processo.
Il paese era già in gravi difficoltà prima della cattura di Maduro. Da quasi cinque anni a Cuba va tutto male. Perfino il cosiddetto periodo speciale successivo al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, che aveva provocato una gravissima crisi economica, sembra nulla al confronto con quello che l’isola sta affrontando.
Spostarsi con mezzi propri è ormai un privilegio per pochi. Gli apagones, le interruzioni di elettricità, sono diventati lunghi e frequenti, e trasformano la vita quotidiana in un incubo, affossando ulteriormente un’economia già in difficoltà.
Quando è bel tempo, come oggi, il malecón è splendido, con il cielo alto e incandescente al tramonto. Poi arriva l’oscurità. Se c’è corrente, le finestre con la luce accesa sono così poche che si possono contare. Edifici vecchi, miseria. Molte persone sono andate all’estero, lasciandosi tutto alle spalle. Quando l’elettricità salta, la vita si ferma ovunque tranne che intorno alle zone di luce e rumore vicino ai rari generatori, costosissimi da far funzionare perché procurarsi il carburante è difficile.
Triplice epidemia
Ticket, un’app che è obbligatorio usare, dovrebbe rendere più fluida la distribuzione della benzina, ma gli utenti spiegano che rende le cose ancora più tragiche. Per evitare le code alle stazioni di servizio, Ticket, entrata in funzione nel 2025, indica a ogni proprietario di un’auto dove e quando andare per ricevere una quantità di benzina razionata, che all’inizio del 2026 è più o meno di venti litri al mese. Non è detto però che la stazione di servizio si trovi vicino a casa. Può quindi capitare che per andare e tornare dalla pompa di benzina indicata dall’app si consumi più carburante di quanto sarà distribuito.
In queste condizioni le minacce statunitensi di chiudere il rubinetto del petrolio venezuelano potrebbero dare il colpo di grazia. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, uno scialbo uomo d’apparato, ha rispolverato l’uniforme verde oliva. Il 18 gennaio ha presieduto un consiglio di difesa nazionale “incaricato di assumere il controllo del paese in caso di situazioni eccezionali, per esempio un conflitto o una catastrofe naturale”, come si legge in un comunicato in cui si precisa che la riunione è stata organizzata nel contesto dei “preparativi del paese in ottemperanza alla concezione strategica della guerra di tutto il popolo”.
Il 24 gennaio ha supervisionato manovre militari che hanno coinvolto un’unità di carri armati. La dimostrazione di forza sembra voler ricordare alla popolazione che il partito non è ancora pronto a rinunciare a nulla e che anche il governo, l’esercito e le forze di sicurezza tengono il paese sotto stretto controllo.
Sullo sfondo c’è Raúl Castro, 94 anni, ancora in ottima forma e ufficialmente senza incarichi specifici, che potrebbe esercitare una forte autorità sulle forze armate. Anche se con equipaggiamenti obsoleti, l’esercito non è da sottovalutare. La rete dei servizi di sicurezza e decenni di preparazione alla difesa di fronte alle minacce delle amministrazioni statunitensi che hanno coltivato il sogno di far crollare il potere comunista a 150 chilometri dalle loro coste lasciano ipotizzare che il regime non cadrà con un semplice colpo di frusta.
La situazione, però, è difficile. Secondo i calcoli dell’Agence France-Presse, solo la metà del fabbisogno nazionale di energia è soddisfatto, con effetti a catena: difficoltà negli spostamenti, nel trasporto delle merci e nella conservazione delle provviste alimentari, interruzioni dei servizi idrici e collasso dei servizi pubblici.
La crisi dell’economia dipende da vari fattori, dall’embargo statunitense (in vigore dal 1962 e diventato ancora più duro con Donald Trump) agli effetti della pandemia e della guerra in Ucraina, fino alla riforma monetaria catastrofica del 2021 e al crollo del turismo, su cui si era concentrata una parte rilevante degli investimenti cubani. La riforma ha provocato un’inflazione molto alta: il 90 per cento del potere d’acquisto dei pensionati è stato cancellato in appena quattro anni e nello stesso periodo l’economia nel suo complesso si è contratta di più dell’11 per cento.
A causa della scarsità di valuta è diventato sempre più complicato importare alcuni prodotti e merci, soprattutto le risorse per l’agricoltura. Lo stato è in bancarotta anche se la Gaesa, il conglomerato che concentra gli interessi economici dell’esercito, è miliardario. Così i rifiuti si accumulano in molti quartieri dell’Avana. Le scorte di insetticida, di solito diffuse mediante fumigazione per eliminare le zanzare, sono terminate.
Il paese sta affrontando una triplice epidemia di chikunguya, di dengue e della malattia da virus oropouche. Quante sono le vittime? Le cifre ufficiali parlano di una trentina di morti, ma qualsiasi medico pensa che siano stime al ribasso. Negli ospedali per farsi curare bisogna portarsi le lenzuola da casa e comprare le medicine al mercato nero, visto che le farmacie sono vuote o hanno gli scaffali pieni di flaconi di prodotti contraffatti.
La crisi ha spinto molti cubani a emigrare. Secondo diversi studiosi, tra cui Juan Carlos Albizu-Campos dell’università dell’Avana, dal 2020 tra i due e i tre milioni di cubani hanno lasciato l’isola, un quarto circa della popolazione. Una cifra eccezionale per un paese in pace. Cuba è abbandonata e indebolita, ma forse non è sul punto di crollare, come sperano i leader statunitensi, la cui strategia per ora sembra essere l’asfissia.
Dopo la cattura di Maduro a Cuba non arriva più il petrolio venezuelano. Sotto il suo governo e durante quelli dell’ex presidente Hugo Chávez (1999-2013) Caracas mandava all’Avana carichi di greggio in quantità sufficienti a soddisfare la metà del suo fabbisogno, consentendo al governo cubano di rivenderne una parte all’estero per rifornirsi di valuta. Tutto questo in cambio di servizi forniti da medici, insegnanti e militari cubani.
Durante gli anni della crisi in Venezuela, l’invio di petrolio si era già ridotto drasticamente. Al suo picco, negli anni duemila, arrivavano centomila barili al giorno. Secondo Jorge Piñon dell’Energy institute dell’università del Texas, negli Stati Uniti, alla fine del 2024 questo volume era sceso a circa trentamila barili al giorno. A questi si aggiungevano circa cinquemila barili provenienti dal Messico e 7.500 dalla Russia, più una piccola produzione locale. Senza il petrolio venezuelano, Cuba rischia il blocco generale.
Divario generazionale
Queste cifre però non dicono niente della vita quotidiana: le speranze e le opinioni, i sogni, le sofferenze e le paure dei cubani. Per capire meglio bisogna andare in giro per settimane, come un turista curioso. La complessità della situazione a volte affiora nei momenti più inaspettati. Da Coppelia, ad esempio, la gelateria simbolo di Cuba, nel cuore del quartiere Vedado. Anche per avere un gelato c’è la fila, il principio che avvelena da tempo la vita di tutti i cubani. Il gelato di Coppelia però appartiene a un genere a sé: è il simbolo dell’isola comunista, pensato e desiderato da Fidel Castro con Celia Sánchez (1920-1980), rivoluzionaria della prima ora.
Da Coppelia si è certi di vedere, nei piccoli dettagli, i grandi sconvolgimenti della storia cubana. Inaugurato nel 1966, il complesso era stato progettato attorno a un’architettura audace, con un enorme edificio a forma di disco volante che poggiava su pilastri brutalisti, in mezzo a una serie di giardini dove si sono intrecciate mille storie d’amore. È stato un luogo di libertà per gli omosessuali, celebrato nel film Fragola e cioccolato del 1993, in un periodo in cui il paese si stava leggermente aprendo. Al massimo del suo splendore proponeva 26 gusti, come il Movimento del 26 luglio fondato da Fidel Castro.
Dentro c’è il ritratto di Sánchez, amante al tempo stesso segreta e famosa del líder máximo, ma nessuno ci fa caso. Le persone hanno altre cose a cui pensare. E altri desideri, diversi dal verbo eroico castrista. Non lontano dai tavoli, un gruppo di ragazze in pantaloncini e top corti si è raccolto attorno a un ragazzo in sandali che vende tatuaggi lavabili a forma di teschio. Per quanto riguarda i gelati, oggi c’è un’unica scelta: il gusto vaniglia. A tutti gli angoli dei giardini si incrociano gli sguardi fissi e attenti degli agenti di sicurezza in borghese, che dovrebbero essere discreti ma in realtà sono visibili e numerosi.
Oggi non ci sono interruzioni di elettricità, perciò i congelatori funzionano. È il momento giusto per tentare una modesta degustazione di gelato alla finta vaniglia. A un tavolo vicino due uomini discutono di politica, cosa rara in pubblico, più precisamente del rapimento di Maduro.
“Ben gli sta, è un narcotrafficante, che vada in prigione”, dice un ragazzo senza alzare il naso dal gelato.
“Assolutamente no, è una vittima dell’imperialismo”, risponde un altro cliente, evidentemente più anziano. Lo scambio è a voce abbastanza alta da poter essere sentito, ma non abbastanza da arrivare all’attenzione degli agenti in borghese.
La differenza d’età tra i due uomini riassume un divario che si ripropone di continuo a Cuba: le loro divergenze riflettono quelle delle rispettive generazioni. Come dirà pochi giorni dopo un ragazzo (di cui non possiamo fare il nome, come per molte altre persone che abbiamo incontrato): “Pensavamo di esserci sacrificati per mettere fine alla lotta di classe e abbiamo ottenuto solo una guerra tra generazioni”.
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